Lectio
divina su Gv 8,1-11


 
Invocare
Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso, perché
possiamo camminare sempre in quella carità, che spinse il tuo Figlio a consegnarsi
alla morte per la vita del mondo.
Egli
è Dio e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli
dei secoli. Amen.
 
In ascolto della Parola (Leggere)
1Gesù si avviò allora verso il
monte degli Ulivi. 2Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto
il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. 3Allora
gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala
nel mezzo, 4gli dicono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa
in flagrante adulterio. 5Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di
lapidare donne come questa. Tu che ne dici?”. 6Questo dicevano
per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si
mise a scrivere col dito per terra. 7E siccome insistevano
nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: “Chi di voi è senza peccato,
scagli per primo la pietra contro di lei”. 8E chinatosi di
nuovo, scriveva per terra. 9Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno
per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. 10Alzatosi
allora Gesù le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. 11Ed
essa rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù le disse: “Neanch’io ti
condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più”.
 
In silenzio leggi e rileggi il testo biblico finché
penetri in te e vi metta delle salde radici.
 
Dentro
il Testo

Domenica scorsa abbiamo incontrato la gioia del Padre che
vede il ritorno del figlio perduto.
Il Vangelo
che la liturgia ci propone, in questa V domenica di quaresima, è “una perla
sperduta della tradizione antica” e merita che ci si occupi di essa
amorosamente. La pagina, infatti, con ogni probabilità è stata aggiunta in
seguito al vangelo di Giovanni da una mano posteriore; infatti, è assente nei
più importanti codici antichi dei Vangeli. Fino al IV sec. il racconto è
ignorato dai Padri della Chiesa, e lo si trova nel codice D o di Beza
(secoli V-VI). La storia del suo travaglio continua fino al Concilio di Trento.
Al di là di un travaglio, l’evento può essere considerato come una
testimonianza molto viva ed autentica del Gesù della storia e del suo costante
atteggiamento verso peccatori ed emarginati.
Il brano del Vangelo è la proclamazione della misericordia di
Dio, che è capace di aprire una strada in mezzo al peccato irradiati dalla luce
della Pasqua. La misericordia di Dio è la capacità che Dio ha di creare amore
dal peccato e dall’egoismo.
L’Evangelista pone l’accento su un aspetto decisivo della
realtà della chiesa e della nostra vita: Gesù sceglie, per rivelare la
misericordia del Padre, una donna adultera. L’infedeltà e l’adulterio sono
tradizionalmente il peccato fondamentale dell’abbandono di Dio. Il rapporto tra
Dio e il suo popolo è un rapporto di matrimonio, un rapporto di alleanza;
quindi, di fedeltà e rompere questo rapporto significa un peccato di adulterio.
Il racconto comincia la sera, dopo
una giornata di insegnamento nel tempio: ciascuno tornò a casa sua (Gv 7,53) e
Gesù raggiunse il monte degli Ulivi, come era solito fare, secondo Luca (Lc 22,29).
Di buon mattino è di nuovo nel tempio e insegna al popolo (cfr. Lc
21,37). 
Il contesto originario è sconosciuto,
ma sembra che qui sia presupposto il racconto sinottico della settimana di
passione, stando al quale Gesù passava i giorni a Gerusalemme intento a
insegnare ma lasciava la città ogni notte per una maggiore sicurezza (cfr. Mc
11,11).
Il brano stesso si fa incontro tra la
miseria dell’uomo e colui che è l’Amore. Incontro che è icona dell’alleanza
d’amore continuamente spezzata per l’infedeltà dell’uomo e continuamente
ricamata per la fedeltà di Dio.
 
Riflettere
sulla Parola
(Meditare)
vv.
1-2: Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi.
Dopo
la discussione, descritta in Gv 7,37-52, tutti tornano a casa (7,53). Gesù,
però, non ha una casa a Gerusalemme e si reca sul Monte degli Ulivi. Lì è
solito trascorrere la notte in preghiera (Gv 18,1).
Ricordare
questo luogo ci fa pensare che Gesù è al termine del suo ministero e della sua
vita e in qualche modo anticipa la sua passione.
Ma
all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui.
Siamo “all’alba”, quindi, all’inizio di un
nuovo giorno che richiama, in qualche modo, quell’alba del primo giorno della
creazione in cui Dio creò la luce (Gen 1,3). Questa luce non era quella del
sole o degli astri, che verranno creati nel quarto giorno (Gen 1,14-19), ma la
stessa luce divina che permea l’intera creazione, da cui traspare l’impronta di
Dio stesso. Paolo ce lo ricorda nella sua lettera ai Romani: “Infatti,
dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere
contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute”
(Rm 1,20).
Prima
che spunti il sole, Gesù, sole nascente, “si recò di nuovo nel tempio”.
Le giornate per gli Ebrei iniziavano presto; Gesù si reca prestissimo al tempio
per insegnare (cfr. Lc 19,47-48).
Il
Tempio era anche un luogo di ritrovo e di vita sociale, per alcuni il cuore
della comunità ebraica. Il popolo sicuramente arriva prima dell’aurora per
poterlo ascoltare!
Ed
egli sedette e si mise a insegnare loro.
Gesù
al Tempio si siede e parla con la gente, li ascolta, risponde alle loro
domande, si relaziona con tutti. L’atto di stare seduto indica, nel linguaggio
rabbinico, l’autorità dell’insegnamento. La folla si avvicina per poterlo
ascoltare. Solitamente la gente si sedeva in circolo, attorno a Gesù e lui
insegnava.
Cosa mai
avrà insegnato Gesù? Sicuramente sarà stato bello, poiché giungono prima
dell’aurora per poterlo ascoltare! Gesù si siede lì e parla con la gente, li
ascolta, risponde alle loro domande, si relaziona con tutti. Il Tempio, infatti,
era anche un luogo di ritrovo e di vita sociale, per alcuni il cuore della
comunità ebraica.
Al popolo che si raduna intorno a Cristo,
riconoscendolo Maestro, si contrappone un altro gruppo, quello degli scribi e
dei farisei, che gli si rivolgono con l’appellativo di “Maestro” ma
in realtà gli sono ostili e attendono solo che Egli faccia un passo falso, che
dica una parola di troppo, per poterlo colpire.
vv.
3-4: Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in
adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: Maestro, questa donna è stata
sorpresa in flagrante adulterio.
La
scena in cui Gesù si trova ad essere coinvolto è imbarazzante. Gli scribi e i
farisei nel loro cuore hanno già condannato la povera donna colta in fallo. La
legge giudaica è molto esplicita su questa materia: l’adultera deve morire. La
conducono da Gesù solo per tendergli un tranello.
È
da notare che solo lei viene condotta in giudizio mentre la Legge prevede che
sia l’adultera che l’uomo che pecca con lei devono essere lapidati. Solo la
donna, dunque, viene posta nel mezzo per essere studiata e scrutata, quasi
fosse una cavia e tale deve essere, visto che il suo peccato è solo un pretesto
per porre in fallo Gesù. Nessun rispetto per lei, per la sua dignità, per la
sua storia personale, come non ve ne era nella Legge che prevedeva la condanna
a morte solo per la donna che tradiva e non per l’uomo infedele.
C’è
una storia e una dignità da vivere e rispettare. Gesù che poco prima era stato
considerato un bestemmiatore meritevole di essere arrestato ora è riconosciuto
come “maestro” dalla stessa ipocrisia di scribi e farisei, che gli sono ostili
e attendono solo che Egli faccia un passo falso, che dica una parola di troppo,
per poterlo colpire.
v.
5: Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che
ne dici?
La
donna è posta tra i due Testamenti: l’Antico e il Nuovo, tra Mosè e Gesù. È un
raffronto tra due leggi. Rifugiarsi nella Legge presentando la donna adultera è
solo un pretesto; quello che interessa è mettere alla prova Gesù, avere dei
motivi per accusare Gesù. E questo fa impressione, perché scribi e farisei sono
i custodi della legge, dovrebbero amare la legge, e dovrebbero cercare la
legge. In realtà, in questo caso, si servono della legge per condannare e
accusare Gesù, e si servono della donna, la donna è diventata ormai uno strumento
nelle loro mani, così come la legge.
Il
cristiano invece è colui che scava per trovare cuore della Legge, ma non per
condannare ma per amare.
v.
6: Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma
Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra.
C’è
una tradizione antica che suppone che Gesù abbia scritto sulla polvere i
peccati di quegli uomini che stavano accanto, o se volete addirittura i peccati
di tutti gli uomini.
Qui
possiamo leggere anche un segno simbolico, profetico. Nel libro di Geremia c’è
un versetto che dice: «quanti si allontanano da te saranno scritti nella
polvere, perché hanno abbandonato la fonte di acqua viva, il Signore» (Ger
17,13).
Gesù
che si mette a scrivere nella polvere per terra, compie un gesto che è un
invito a riconoscersi peccatori, perché il peccato è la condizione non
semplicemente della donna che è stata buttata là in mezzo, ma è la condizione
di tutto Israele, di tutto il popolo: è la nostra condizione. Basterebbe andare
a riprendere i profeti: Israele è presentato in Os 2 come una sposa adultera.
In Ez 16 riprende questo tema con una durezza incredibile. Quello è Israele, ma
quello siamo noi, il popolo del Signore. Quelle persone, dunque, non sono
innocenti di fronte a una persona colpevole, ma sono partecipi della medesima
colpa, del peccato e della lontananza da Dio.
Il
versetto contiene un insegnamento importante: ci fa riflettere sulle motivazioni
dei nostri comportamenti. Può infatti accadere che noi usiamo realtà grandi
come la giustizia o la solidarietà o la verità, non per il gusto della
giustizia, della verità o della solidarietà, ma semplicemente come strumenti
nella lotta contro quelli che stanno dall’altra parte, contro i nostri
avversari. La misericordia di Dio dà fastidio e di conseguenza si fa fatica a
praticarla.
v.
7: Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi
di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».
Lui
solo era quello che poteva scagliare la pietra perché possedeva quel requisito enunciato,
ma non lo fa, anzi Lui, il solo innocente, riesce a disarmare le mani degli
accusatori.
Davanti
all’insistenza degli accusatori, Gesù li pone di fronte alla loro coscienza, li
invita a scandagliarla perché si rendano conto. Chi è il solo giudice del cuore
dell’uomo. Li invita a guardare sé stessi, ma a guardarsi di fronte a Dio. Se
sono veri cercatori di Dio, non possono non ammettere di aver peccato e quindi
di aver tradito anch’essi.
Adulterare
la Legge è farla apparire con un’essenza diversa da quella dell’amore. “Il primo e il più importante dei
comandamenti è amerai il Signore Dio tuo
[…] e il prossimo tuo come te stesso” (cfr. Mt 22,36-39). E viene fuori
una affermazione fondamentale per la Scrittura e per il NT; l’affermazione
della colpevolezza di tutti gli uomini davanti a Dio (cfr. Rm 3, 9), che vuole
dire: davanti agli altri possiamo anche sentirci innocenti – questi scribi e
farisei possono sentirsi innocenti; loro, di fronte ad una donna adultera, non
hanno commesso nessun adulterio; ma se invece di guardare la donna si collocano
davanti a Dio, si renderanno conto che anche loro sono in fondo in una
condizione simile.
vv.
8-9: E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra.
È
la seconda volta che viene citato questo particolare. Questo scrivere lo
riscontriamo in Es 31,18:
“Quando
il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due
tavole della Testimonianza, tavole di pietra scritte dal dito di Dio” e in Dt
9,10: “il Signore mi diede due tavole di pietra, scritte dal dito di Dio, sulle
quali stavano tutte le parole che il Signore vi aveva dette sul monte, in mezzo
al fuoco, il giorno dell’assemblea” che ci ricordano come la Legge è stata
scritta con il dito di Dio su tavole di pietra. Gesù fa rileggere questa stessa
Legge in una nuova prospettiva e una nuova comprensione: quella di Dio dove
troviamo in quel “chinatosi” l’atteggiamento del Padre misericordioso.
È
un continuare a saggiare i nostri cuori, a scrutarli fino in fondo. L’adultera
qui la possiamo leggere come una icona dell’infedeltà a Dio e agli uomini. Nel
libro del profeta Isaia troviamo scritto: Come mai è divenuta una
prostituta la città fedele?
 (Is 1,21). C’è una condizione generale del
peccato in cui versa tragicamente l’uomo, per cui nessuno è esente solo per il
fatto che osserva la Legge. Non è la Legge che salva ma Dio, il quale nella sua
misericordia elargisce il suo perdono a tutti.
Quelli,
udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo
lasciarono solo, e la donna era là in mezzo.
Il
soggetto qui sono gli scribi e i farisei, rappresentanti della Legge e del
mondo veterotestamentario. Il confronto con la nuova Torah li fa andare via. Ci
sono solo due posti: Gesù è il giudice e l’adultera è l’imputata; ma Gesù è la
misericordia, e l’adultera è la misera, la persona bisognosa di misericordia.
Il mondo è così: non c’è posto per l’accusatore del fratello; c’è solo posto
per chi è misero e ha bisogno di un giudizio di misericordia; quel giudizio di
misericordia che Gesù è venuto a portare. Questo vuol dire che l’unica Legge,
d’ora in poi, è quella riscritta da Gesù dove al centro ci sta l’interesse e la
cura per l’uomo nella sua condizione di peccato, con una differenza: ora senza
più nessuna condanna. La nostra collocazione vera non è quella dell’accusatore,
non possiamo accusare nessuno, perché siamo nella posizione di quella donna
peccatrice, adultera, e quindi bisognosa solo di riconciliazione e di perdono.
Chi era peccatore è costretto ad andarsene, è rimasta sola quella donna
bisognosa di misericordia.
Purtroppo,
il processo per Gesù non finirà qui; anche questo episodio attirerà su di lui
odio e inimicizia dei suoi avversari. Liberando quella donna dalla condanna in
realtà Gesù la rivolge su di Sé: Egli è Colui che ha preso su di Sé le nostre
colpe. Il pericolo è scongiurato. Gesù e la donna restano soli; i curiosi, i
maligni, i violenti si sono semplicemente allontanati.
vv.
10-11: Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha
condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore».
Gesù
chino per terra ora si “rialza” e questo verbo evoca il suo rialzarsi dal
sepolcro nel giorno della sua Risurrezione. Inizia tra i due un dialogo, quasi
a significare che soltanto nel rapporto con Gesù l’uomo non trova più nessuna
condanna, ma viene riabilitato a camminare nell’amore.
La
donna lo chiama “Kyrios”, Signore, e in quanto Signore vittorioso sul peccato e
sulla morte a ragione le può dare il perdono e restituirla alla vita, libera da
quanti attentavano ad essa. Unica è l’esperienza di questa donna che si è
sentita guardata dall’Amore, da un amore puro, fedele, di totale dedizione, che
non ha mai tradito, che non tradirà mai perché è l’amore di Dio.
E
Gesù disse: «Neanch’io ti condanno
È
un vero atto di perdono, è un gesto di misericordia di Gesù nei confronti di
questa donna. Però fa riflettere, perché chi è in grado di perdonare se non
colui che è stato offeso; solo chi ha ricevuto l’offesa è in grado
effettivamente di perdonare; non posso perdonare il male che tu hai fatto a
qualcun altro, questo è comodo, è facile, non inquieta nessuno. Il perdono vero
è il male che tu hai fatto a me, che io ho pagato, che ho sofferto; questo può
diventare perdono autentico. Appunto, Gesù perdona proprio per questo, perché è
venuto a prendere sopra di sé il peccato degli uomini; perché questo peccato lo
ha portato nella paura, nell’angoscia e nella sofferenza, e lo porterà fino
nella morte È scritto: “Ha portato i nostri peccati nel suo corpo sul legno
della croce” (1Pt 2,20). Solo per questo Gesù è in grado di perdonare e può
esprimere l’amore di Dio che vince sul peccato dell’uomo. Non è il Dio
indifferente, ma è il Dio che ha sperimentato e preso sopra di sé la miseria
umana.
va’
e d’ora in poi non peccare più».
Questa
espressione imperativa va intesa come un comando, ma prima di tutto come un
dono di una guarigione interiore. Infatti, con il perdono Gesù dà la forza di
ricominciare una vita nuova, un cammino nuovo: non ci sei più dentro nella
realtà del peccato, sei fuori; e non per una tua capacità, non per una tua
buona volontà, ma per grazia.
Questa
espressione la ritroviamo quando Gesù vede quel paralitico ammalato da 38 anni
e gli dice: “alzati, prendi il tuo letto e va’ a casa tua” (Mt 9,6); gli dà un
comando, ma gli fa anche il dono della guarigione, perché possa alzarsi e
cominciare a rivivere come sano; nel momento in cui gli comanda qualche cosa
gli dona la forza di vivere. Sono parole che vogliono liberare, creare un cuore
nuovo, uno spirito e una libertà nuova.
Questa
donna è andata vicino alla lapidazione, è arrivata fin sull’orlo della condanna
a morte e all’ultimo istante è stata graziata. Finché si ricorderà di essere
una graziata, quell’amore le darà la forza di amare e la forza della fedeltà,
perché è una graziata, perché quella vita le è stata data liberamente e
gratuitamente. E così: “va’ e d’ora in poi non peccare più”, è un comando ma
anche il dono di una guarigione. La grazia di Dio ha fatto di te «una creatura
nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17).
 
Ci fermiamo in
silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio
sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
 
La
Parola illumina la vita e la interpella

Quale ostilità nel mio cuore ogni volta che penso di
radunarmi attorno a Gesù Maestro e che in realtà mi raduno attorno ai miei
interessi?
Quante
volte mi ritrovo al posto degli scribi e dei farisei tendendo tranelli? O “cambio
faccia” ma solo per un mio tornaconto?
Quando
vivo il perdono sono ancora ripiegato su me stesso o mi lascio aprire dal dono
di Dio e riprendo a godere della sua presenza di salvezza?
Imito
lo stile di Dio usando misericordia verso gli altri per rendere vere le parole
del Padre nostro: “come noi li rimettiamo ai nostri debitori”? So
gioire per il perdono, anche degli altri?
Riesco
a donare perdono gratuitamente, ovvero anche quando lo giudico non pienamente
meritato?  
 
Rispondi
a Dio con le sue stesse parole
(Pregare)
Quando
il Signore ristabilì la sorte di Sion,
ci
sembrava di sognare.
Allora
la nostra bocca si riempì di sorriso,
la
nostra lingua di gioia.
 
Allora
si diceva tra le genti:
«Il
Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi
cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo
pieni di gioia.
 
Ristabilisci,
Signore, la nostra sorte,
come
i torrenti del Negheb.
Chi
semina nelle lacrime
mieterà
nella gioia.
 
Nell’andare,
se ne va piangendo,
portando
la semente da gettare,
ma
nel tornare, viene con gioia,
portando
i suoi covoni. (Sal 125).
 
L’incontro con
l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità
(Contemplare-agire)
Riconosciamo consapevolmente la
nostra miseria e accettiamo che il Signore la ricopra con la sua misericordia,
potremo a nostra volta diventare capaci di compassione verso tutti come scrive
l’Apostolo Paolo: “con le viscere di misericordia di Cristo
Gesù”
 (Fil 1,8).

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