Lectio divina su Gv 4,5-42
Invocare
Dio misericordioso, fonte di ogni bene, tu ci hai proposto a
rimedio del peccato il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna; guarda
a noi che riconosciamo la nostra miseria e, poiché ci opprime il peso delle
nostre colpe, ci sollevi la tua misericordia.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
In ascolto della Parola (Leggere)
5Giunse così a una città della
Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe
suo figlio: 6qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato
per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. 7Giunge
una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». 8I
suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. 9Allora
la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a
me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i
Samaritani. 10Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e
chi è colui che ti dice: «Dammi da bere!», tu avresti chiesto a lui ed egli ti
avrebbe dato acqua viva». 11Gli dice la donna: «Signore, non hai un
secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? 12Sei
tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve
lui con i suoi figli e il suo bestiame?». 13Gesù le risponde:
«Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; 14ma chi berrà
dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io
gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita
eterna». 15«Signore – gli dice la donna -, dammi quest’acqua, perché
io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». 16Le
dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». 17Gli risponde la
donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: «Io non ho marito». 18Infatti
hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai
detto il vero». 19Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un
profeta! 20I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece
dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». 21Gesù le
dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme
adorerete il Padre. 22Voi adorate ciò che non conoscete, noi
adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. 23Ma
viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in
spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. 24Dio
è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». 25Gli
rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli
verrà, ci annuncerà ogni cosa». 26Le dice Gesù: «Sono io, che parlo
con te».
27In quel momento giunsero i suoi
discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia
disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». 28La
donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città e disse alla gente: 29«Venite
a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il
Cristo?». 30Uscirono dalla città e andavano da lui. 31Intanto
i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». 32Ma egli rispose loro:
«Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». 33E i discepoli
si domandavano l’un l’altro: «Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?». 34Gesù
disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e
compiere la sua opera. 35Voi non dite forse: «Ancora quattro mesi e
poi viene la mietitura»? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i
campi che già biondeggiano per la mietitura. 36Chi miete riceve il
salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca
insieme a chi miete. 37In questo infatti si dimostra vero il
proverbio: uno semina e l’altro miete. 38Io vi ho mandati a mietere
ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati
nella loro fatica».
39Molti Samaritani di quella città
credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto
tutto quello che ho fatto». 40E quando i Samaritani giunsero da lui,
lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. 41Molti
di più credettero per la sua parola 42e alla donna dicevano: «Non è
più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e
sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
Silenzio meditativo lasciando risuonare nel cuore la Parola
di Dio
Dentro il Testo
Nella terza, quarta e quinta domenica di Quaresima
l’evangelista Matteo lascia il posto a Giovanni con tre brani che sono stati
utilizzati dalla Chiesa delle origini per la catechesi di coloro che avrebbero
ricevuto il battesimo nella notte di Pasqua. Si tratta di tre brani piuttosto
impegnativi: la Samaritana, il cieco nato e la risurrezione di Lazzaro.
Per comprendere il brano di questa domenica, è necessario
collocarlo nel contesto più ampio del quarto Vangelo, specie nella sezione
riguardante i cc. 2-4, denominata “il libro dei segni”.
Dopo la celebrazione della prima Pasqua (Gv 2,13-22) seguono
tre dialoghi di Gesù con tre personaggi: Nicodemo: rappresentante della Giudea
(Gv 3,1-11); la Samaritana: giudaismo scismatico eretico (Gv 4,4-42); il
Funzionario regio: mondo pagano (Gv 4,43-54).
Siamo, per Giovanni, davanti a tre proposte di fede fatte a
diverse categorie di persone per invitarle a scoprire
alcuni aspetti particolari della persona di Gesù. Inoltre, si
segnala il progressivo aprirsi della missione di Gesù dalla Giudea alla
Samaria, fino ai pagani (cfr. At 1,8).
Riflettere sulla Parola (Meditare)
v. 5: giunse (Gesù) a una città
della Samaria chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a
Giuseppe suo figlio:
Sicar corrisponde a Sichem. Sichem è il primo pezzo di terra promessa
che Abramo ha visto venendo dalla sua terra Ur dei Caldei e lì ha visto Dio che
gli ha rinnovato le promesse e lì ha costruito un altare, alla quercia di
Mamre. Ma al narratore non importa tanto la città quanto il ricordare che Gesù
si ferma in un luogo che era stato del patriarca Giacobbe, distante da Sicar
800/900 metri, un luogo dove ha inizio la storia della salvezza. È attorno a
questa memoria profonda di una storia antica, antica come l’uomo, antica come
l’acqua, come i desideri dell’uomo, che si svolge l’incontro con il Signore
della vita.
v. 6: qui c’era un pozzo di
Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era
circa mezzogiorno.
L’Evangelista presenta l’immagine del pozzo o della fonte.
Attorno a questa immagine ruota la vita: si costruivano le abitazioni,
passavano le strade, nascevano le città, vicino ai pozzi si facevano tutti gli incontri
e gli scontri. È il luogo del desiderio e della contesa, aver il pozzo, avere
l’acqua vuol dire aver la vita e per questo si litiga; è il luogo degli amori e
delle guerre, cioè tutta la vita si svolge attorno al pozzo, che la rende
possibile.
Gesù viene a questo pozzo, si siede proprio qui. Lui che è la
fonte dell’acqua viva, si siede presso quella fonte d’acqua che non disseta, presso
quella regione dove l’acqua va scarseggiando, la fede vien meno.
E Gesù, per la prima volta, viene presentato stanco dal
viaggio, il viaggio che lui ha compiuto per venire fino a noi l’ha affaticato.
L’Evangelista indica anche un tempo in cui Gesù venne al
pozzo: l’ora sesta. È un richiamo al momento in cui Gesù viene definitivamente
condannato alla crocifissione (Gv 19,14-15), dove dal suo costato trafitto
uscirà sangue ed acqua (Gv 19,34). Proprio lì sulla croce dirà: Ho sete (Gv
19,28), ho sete di dare l’acqua viva all’umanità.
v. 7: Giunge una donna samaritana
ad attingere acqua. Le dice Gesù: “Dammi da bere”.
Al pozzo si presenta una donna. Più volte questo termine
viene ripetuto nel Vangelo. Gesù darà un significato particolare usandolo
pochissime volte: Gesù chiama “donna” solo sua madre Maria, a Cana e sotto la
croce, Maria Maddalena nel giardino dopo la resurrezione – è la sposa nuova – e
la peccatrice perdonata del capitolo ottavo. Quindi questa “donna” è importantissima.
Qui la donna rappresenta il popolo, rappresenta la sposa, coloro
che hanno sete di qualcosa e ne approfittano del pozzo di Giacobbe. È l’ora più
calda del giorno, l’ora più intensa per avere sete, una sete che si fa
desiderio, l’acqua infatti, è il desiderio più materiale e fondamentale per
l’uomo per vivere. Ma come non si vive di solo pane, non si vive di sola acqua.
Ci sta infatti una sete di relazioni, una sete di amore che certamente la donna
andava cercando.
Gesù chiede da bere, sperimenta la sete del popolo ma esprime
un desiderio maggiore. Sembra che il desiderio della donna si stia incontrando
col desiderio di Gesù. Il desiderio di Gesù è sete di essere amato, perché Dio
è amore. L’uomo è fatto per amare, ha sete di amore. Fino a quando non trova
l’amore non vive una vita umana. Sì, anche Dio ha sete; ha una sete
proporzionata alla sua grandezza. È quell’innamorato che continua a sedurre. Ricordiamo
Osea dove si dice: “Io l’attirerò nel deserto, la sedurrò, parlerò al suo cuore”
(Os 2,16). Cioè è proprio un’azione di seduzione questa, di seduzione divina.
v. 8: I suoi discepoli erano
andati in città a fare provvista di cibi.
Questo inciso sottolinea il fatto che Gesù è da solo. L’incontro
con Dio è da farsi da solo a solo. È lui che semina la fede nel cuore della
samaritana e poi dei suoi compaesani.
Anche se i discepoli sono andati a comprare del cibo Gesù
dirà: “non mi serve, ho un cibo che voi non conoscete” (Gv 4,32).
v. 9: Allora la donna samaritana
gli dice: “Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una
donna samaritana?”. I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani.
La donna samaritana risponde al desiderio di Gesù. La sua
risposta parte da una ricerca di senso: “come mai?”. C’è una sorpresa nella
samaritana: Gesù infrange delle regole vigenti tra giudei e samaritani. Però
l’amore non separa, l’amore raccorcia le distanze, anzi l’amore di Dio annulla
le distanze, Egli stesso, anzi, per amore, si annulla per coloro che ama, cioè
per noi.
v. 10: Gesù le risponde: “Se
tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da
bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva”.
Gesù va oltre le regole, mira sull’essenziale: “se tu
conoscessi il dono di Dio”. C’è un dono che viene dall’alto e che certamente
non sta dentro il pozzo. Ognuno è alla ricerca della felicità, dell’amore
purtroppo i vari surrogati ingannano. Il dono di Dio è l’amore assoluto di Dio
che il Padre ha per il Figlio, il Figlio per il Padre, è lo stesso che c’è tra
di noi e tra voi e me. È questo il grande dono che vorrebbe farci! Il Figlio è
venuto a
portarci lo stesso amore del Padre: donare se stesso.
vv. 11-12: Gli dice la donna:
“Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque
quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci
diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?”.
La reazione della donna parte dall’ultimo elemento: l’acqua.
Quale equivoco! Un equivoco che si scontra con la realtà e che Gesù stesso
accoglie perché è giusto continuare ad attingere per poter arrivare all’acqua
viva.
Il riferimento alla superiorità che Gesù ha nei confronti di
Giacobbe, si ripeterà con altri personaggi: sei più grande di Abramo? (Gv 8,56)
e altrove egli viene messo in contrapposizione con Mosè (6,32). Un tema
ricorrente in Giovanni per risaltare la superiorità di Gesù rispetto ai padri
del popolo eletto, senza togliere nulla a quanto questi furono per la storia
della salvezza.
vv. 13-14: Gesù le risponde:
“Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua
che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò
diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”.
Gesù pone la differenza tra l’acqua materiale e Lui stesso. È
vero che nel desiderio dell’uomo c’è il di più ma tutto si porrà sull’elemento
dell’avere ancora sete e del non avere più sete. Come più avanti, Gesù, allo stesso
modo contrapporrà la manna al pane che egli darà (Gv 6,49ss).
Nell’AT abbiamo un’acqua promessa che avrebbe purificato i
cuori(Ez 36,25-27), ma Gesù non sta parlando di quest’acqua. Ancora, un testo
samaritano identificava l’acqua del pozzo alla Legge. Però la Legge stuzzica la
sete, ti mostra ciò che è bello, ma non ti dona l’acqua che zampilla per la
vita eterna.
v. 15: “Signore – gli dice la
donna -, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a
venire qui ad attingere acqua”.
Ecco che il desiderio si fa incontro. Anzi ci sta una
inversione: se prima era Gesù a mostrare la sete adesso è la donna. È una
inversione che richiama la realtà: Gesù sa che questa donna, figura della
Samaria adultera (cfr. Os 2,7), ha cercato di placare la sua sete attraverso
vie sbagliate: ha avuto diversi uomini, ha bevuto ogni sorta di acqua, vittima
e artefice di amori sbagliati…
Gesù invita la samaritana a risalire dal pozzo a Dio stesso,
al Dio che ama e che dona. Lo stesso movimento lo chiederà nel capitolo 6 ai
galilei per i quali ha moltiplicato il pane.
vv. 16-18: Le dice: “Va’ a
chiamare tuo marito e ritorna qui”. Gli risponde la donna: “Io non ho
marito”. Le dice Gesù: “Hai detto bene: “Io non ho marito”.
Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in
questo hai detto il vero”.
All’improvviso quest’imperativo. Cosa c’entra? È la realtà
che la donna sta vivendo. Gesù conosce bene la situazione della samaritana,
perché “conosceva quello che c’è in ogni uomo” (Gv 2,25). Egli legge nella
vicenda amorosa disgraziata di questa donna la vicenda idolatrica dei
samaritani con gli idoli stranieri (cfr. 2Re 17). Vi legge simbolicamente la
storia del regno del Nord, Israele, chiamato dai profeti “donna adultera e
prostituta” per l’infedeltà all’unico Sposo, il Signore Dio, e l’adulterio con
gli idoli falsi (cfr. Os 2,4-3,6).
La risposta della donna sembra il risultato di un
discernimento. Questa donna ha capito che pur avendone avuti cinque di mariti,
non ce l’ha, perché nessuno di questi rappresenta ciò che lei desidera, che
sazi il suo desiderio di vita e d’amore. Ella non ha trovato il vero sposo,
sempre fedele nell’amore, anche in caso di tradimento (cfr. Os 14,5). Gesù sta
davanti al popolo dei samaritani per dire loro che il Signore non li ha mai
abbandonati, che vuole attirarli a sé (cfr. Os 2,16) e celebrare con loro nozze
di alleanza eterna. Ecco perché la samaritana, al di là dell’acqua, deve ancora
scavare quel pozzo, per trovare chi è la fonte, per scovare chi è il donatore
che sta dietro al dono.
vv. 19-20: Gli replica la donna:
“Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su
questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna
adorare”.
I Samaritani conoscevano solo i primi cinque libri della
Bibbia. Però da questi Libri hanno appreso che sarebbe venuto un giorno un
Messia, un nuovo Mosè (cfr. Dt 18,15). Ora vedendo certe capacità in Gesù si fa
avanti, scava il suo pozzo delle proprie idee religiose: delusa dai beni
materiali, delusa dalle relazioni affettive, si rifugia in un mondo
“religioso”, il mondo delle credenze, forse per trovar requie. Ha
capito che l’uomo ha sete di assoluto, di amore assoluto, di Dio; quindi, pone
il problema dell’adorazione.
Adorare vorrebbe dire “portare alla bocca”, “baciare”; è il modo
di gustare l’oggetto del desiderio, di mangiarlo. L’uomo vive, mangia l’oggetto
del suo desiderio e ne vive. Quindi l’adorazione è ciò di cui viviamo. Ora ci
sta chi adora sul Garizim e chi a Gerusalemme.
vv. 21-22: Gesù le dice:
“Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme
adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che
conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei.
La risposta di Gesù si fa relazione, la chiama donna. Gesù si
rivela ed è arrivato il momento di avere l’unico marito, l’unico sposo. È il
momento in cui uno deve adorare, non secondo il culto dei padri, ma adorare il
Padre, scoprire l’amore del Padre attraverso il Figlio. L’adorazione non è un problema
legato ad un luogo esterno all’uomo, ma l’adorazione è Spirito e verità. Col
suo “credimi”, Gesù invita a fidarsi di lui perché lui è lo sposo.
I samaritani non lo sanno, la salvezza verrà dai giudei. È il
popolo di Giuda che è il destinatario del disegno di salvezza di Dio, il
Salvatore è nato da questo popolo ma la salvezza è aperta a tutti i popoli.
vv. 23-24: Ma viene l’ora – ed è
questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così
infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli
che lo adorano devono adorare in spirito e verità”.
Gesù è l’ora definitiva. Non è una questione di abolire il
culto: la vera preghiera è possibile solo nella comunione con il Cristo-Verità.
Tale luogo di culto è unico. Qui non ci si ferma più a un popolo in
particolare, ma a tutti coloro che sapranno adorare il Padre in questa nuova
dimensione. In Spirito significa proprio alla presenza dello Spirito che ha
rigenerato il credente nel battesimo. In Verità si riferisce alla rivelazione
portata da Gesù: l’adorazione del Padre richiede l’aver accolto il Verbo, aver
riconosciuto Gesù come il Figlio di Dio.
La vera adorazione è il cuore dell’uomo che conosce il Padre
e l’amore del Padre e che ama i fratelli. Se no è inutile che andiamo in
Chiesa, che andiamo a fare tutte le nostre pratiche di culto, se non c’è questa
adorazione.
vv. 25-26: Gli rispose la donna: “So
che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà
ogni cosa”.
L’attesa dei samaritani forse era uguale a quella dei giudei (cfr.
Es 20,21b, Dt 18,15). Quale fatica umana? Anche perché chiunque ti fa promesse
di felicità ma il Messia annuncerà ogni cosa, cioè farà capire tutta la verità
della promessa di Dio perché appunto la realizza.
Le dice Gesù: “Sono io, che
parlo con te”.
La donna si è svelata nella sua miseria, Gesù si svela nella
sua verità di Messia, di Cristo, inviato da Dio.
Gesù si manifesta apertamente. A nessuno mai si è rivelato in
questo modo, se non alla samaritana. Io sono è il nome di Dio. Io sono è Colui
che fa queste cose, che appaga il desiderio di felicità. È Colui che risponde
all’attesa, a quel desiderio profondo di questa donna.
v. 27: In quel momento giunsero i
suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia
disse: “Che cosa cerchi?”, o: “Di che cosa parli con lei?”.
A prima vista il versetto sembra qualcosa di più, fuori luogo:
nasce e muore lì rispettando tutta la scena.
I discepoli che sono arrivati dalla città si meravigliano che
lui parli con una donna e non tanto con una samaritana ma in un mondo nel quale
si affermava che “Chiunque discorre molto con una donna, è causa
di male a se stesso, trascura lo studio della Legge e finisce
nella Geenna”. Come pure al tempo di Gesù la tradizione insegnava che
“un discepolo dei saggi non deve parlare con una donna per strada neanche
se è sua moglie, sua figlia, sua sorella”. Ma per Gesù non “c’è più
ne maschio né femmina” (Gal 3,28), c’è la persona umana, che come tale
merita rispetto e dignità indipendentemente dalla sua identità sessuale.
v. 28: La donna intanto lasciò la
sua anfora, andò in città e disse alla gente:
Qualcosa di straordinario è avvenuto nella donna: ella lascia
la sua anfora, simbolo di un’acqua passata per andare dalla sua gente per
portare un messaggio inaudito.
Tra i due termina il dialogo ma ha inizio l’amore, un amore
che non si può contenere ma testimoniato, annunziato.
vv. 29-30: “Venite a vedere
un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il
Cristo?”. Uscirono dalla città e andavano da lui.
Dinanzi alla Verità la donna diventa ponte, diventa colei che
fa conoscere chi veramente può dissetare la nostra anima, Colui che ti mostrerà
la vera gioia. E anche la gente insieme alla donna sono ancora una volta
invitati a scavare il loro pozzo: a fare l’esperienza diretta di Gesù e della
verità della sua parola. Per questo escono dalle loro abitudini per andare
incontro a Gesù.
vv. 31-34: Intanto i discepoli lo
pregavano: “Rabbì, mangia”. Ma egli rispose loro: “Io ho da
mangiare un cibo che voi non conoscete”. E i discepoli si domandavano l’un
l’altro: “Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?”. Gesù disse
loro: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere
la sua opera.
Riprende la scena dal v. 27. I discepoli dopo aver fatto
provviste sarebbe il caso di mangiare. Ma anche qui si rinnova il discorso: non
è una questione di acqua o di pane. Essere discepoli non è una questione di
spostarsi da una città all’altra. Ma vivere come il Maestro, vivere l’unione
col Padre nel fare la sua volontà.
Anche loro fanno fatica a capire. Anche loro hanno bisogno di
scavare il pozzo. Anche loro hanno bisogno di identificarsi con Dio. Per il
momento sembra facile ma Colui che seguono è il Cristo di Dio, Colui che morirà
in croce. Qui ogni discepolo sarà vero nella misura in cui seguirà il Maestro
fino al dono di sé.
vv. 35-36: Voi non dite forse:
“Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico:
alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura.
Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi
semina gioisca insieme a chi miete.
Questa seconda parte del discorso di Gesù ai discepoli li
coinvolge nella missione stessa del Padre e del Figlio. Anche loro sono
chiamati ad essere missionari. I campi sono pronti per essere mietuti. Un bel
proverbio per vivere bene le leggi della natura. Qui però Gesù parla dal punto
di vista di Dio: Egli dice infatti, la semina è già iniziata. Forse possiamo
cogliere un simbolo di conversione dei samaritani che hanno trovato il vero
sposo.
vv. 37-38: In questo infatti si
dimostra vero il proverbio: uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a
mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete
subentrati nella loro fatica”.
Ora vi è un cambiamento di prospettiva. Il seminatore e il
mietitore che prima coincidevano ora diventano due personaggi differenti. Il
seminatore è Gesù che ha seminato da solo nel cuore della samaritana. I
mietitori sono ancora Gesù e i discepoli che mietono quello che non hanno
seminato. I discepoli sono chiamati a prendere coscienza di questo, che il loro
lavoro missionario altro non è che una mietitura.
Anche i discepoli saranno mandati a seminare la parola di
Dio, ma essa non viene da loro, viene dal Seminatore, Gesù.
v. 39: Molti Samaritani di quella
città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: “Mi
ha detto tutto quello che ho fatto”.
La conoscenza di Gesù si fa grazie alla testimonianza della
donna che per prima ha fatto l’incontro con Gesù. Si arriva alla fede partendo
da una testimonianza anche se è data da una donna senza alcuna autorità e
addirittura appartenente a un gruppo scismatico. La fede della Chiesa continua
a trasmettersi in questo modo. Frutto di un incontro personale con Gesù, la
testimonianza porta l’uditore ad «ascoltare» la parola per approfondire la fede
che la testimonianza ha suscitato.
v. 40: E quando i Samaritani
giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni.
L’evangelista registra un dato storico ma va oltre. Il verbo
rimanere nel quarto vangelo ha una certa frequenza ed esprime una componente
essenziale dell’adesione di fede (cfr. Gv 1,39; 8,31). I samaritani si radunano
attorno a Gesù e gli chiedono di fermarsi da loro. È quella realtà che esprime
quella crescita verso una esistenza sempre più coerente con i valori del vangelo.
vv. 41-42: Molti di più credettero
per la sua parola e alla donna dicevano: “Non è più per i tuoi discorsi
che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è
veramente il salvatore del mondo”.
Ecco lo sbocco finale del percorso dei samaritani. Ascoltando
Gesù i samaritani comprendono che quest’uomo è molto più di ciò che essi
speravano. Essi ora sanno chi è e fondano la loro vita sulla persona e sulla
parola del Salvatore del mondo. I samaritani comprendono che la
“salvezza” viene dai giudei, e forse le loro stesse parole esprimono
il desiderio di riconciliarsi con i giudei. Essi riconoscono in lui il Messia
atteso, nell’intuizione che la sua missione salvifica si rivolge a tutte le
genti e non solo ai giudei, anche se ha avuto inizio con l’esperienza dei
giudei.
Ci fermiamo in
silenzio per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio
sia dono perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
La Parola illumina la
vita e la interpella
Di che cosa ho sete? Dove vado a cercare acqua per calmare la
mia sete? Sono alla ricerca dell’unico Sposo?
Cos’è stato nella mia vita “il dono di Dio”?  
Quali sono le persone che mi hanno annunciato Cristo, che mi
hanno accompagnato fino ad aderire a Lui nella fede?
Nel mio piccolo, come la samaritana, annuncio Cristo?
Rispondi a Dio con le
sue stesse parole
(Pregare)
Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere». (Sal 94)
L’incontro con
l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità
(Contemplare-agire)
Anche noi, scavando al pozzo, facciamo il nostro incontro con
il vero e unico Sposo perché ci sveli la nostra vita e così viviamo con fede,
da innamorati nella nostra quotidiana esistenza e continuare nel tempo la
missione di Gesù.

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