Lectio divina su Lc 6,39-45 

Invocare
La parola
che risuona nella tua Chiesa, o Padre, come fonte di saggezza e norma di vita,
ci aiuti a comprendere e ad amare i nostri fratelli, perché non diventiamo
giudici presuntuosi e cattivi, ma operatori instancabili di bontà e di pace. Per
Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere 
39Disse loro anche una parabola: «Può forse un cieco guidare un
altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? 40Un discepolo
non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo
maestro.
41Perché
guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della
trave che è nel tuo occhio? 42Come puoi dire al tuo fratello:
«Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio», mentre tu
stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave
dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio
del tuo fratello.
43Non vi è
albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo
che produca un frutto buono. 44Ogni albero infatti si riconosce dal
suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un
rovo. 45L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il
bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca
infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.

Silenzio meditativo ripetendo
mentalmente il testo, cercando di ricordare quanto letto o ascoltato
Capire
In queste
ultime domeniche Gesù ha presentato chi è il discepolo. Gesù si felicita con quanti
hanno fatto propria la scelta di vita verso i fratelli e in particolare per coloro
che vi fanno del male. Strano modo di essere beati e rallegrarsi. In questo il
Padre del cielo ama questo discepolo perché è misericordioso come Lui.
Ora siamo
nella terza parte del discorso della pianura nella quale prima si
caratterizzano i falsi maestri e poi segue l’ammonizione a guardarsi da loro.
Abbiamo
davanti uno squarcio realistico sulla vita delle prime comunità cristiane. Cose
che viviamo tutt’oggi. Gesù, Parola incarnata del Padre, ci riporta nel bel
mezzo dei problemi e delle tensioni delle prime chiese. Si evoca una situazione
di crisi ecclesiale, di fraternità, di fede provocata da quanti “detentori”
della Perfezione o del Verbo, pretendono di essere guida nella comunità a modo
loro, tralasciando la Sapienza.
Meditare
v. 39: Disse loro anche una
parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due
in un fosso?
La parabola che Gesù sta per raccontare è indirizzata ai discepoli e
anche a un uditorio più allargato per mostrare alcune assurdità. Questi sono
quelli che  non riconoscono le proprie
incapacità, i propri errori, eppure abitati dalla pretesa di voler insegnare
agli altri.
Scribi e farisei peccavano di presunzione. Si arrogavano il diritto di
essere “guide di ciechi” (cfr. Rm 2,19-20). Nel vangelo secondo Matteo Gesù ha
avvertito questi “ciechi e guide di ciechi” (Mt 15,14; 23,16) e nel quarto
vangelo è testimoniato un suo esteso insegnamento sulla cecità degli uomini
religiosi, che non riconoscono di essere ciechi e dunque rimangono in una
condizione di peccato, senza possibilità di conversione (cf. Gv 9,39-41).
Attenzione il riferimento ai Scribi e Farisei in Matteo è chiaro mentre
in Luca mancano i destinatari.
In altra occasione Gesù ha parlato di cecità: nel racconto del cieco nato
(cfr. Gv 9,39-41).
Scribi e farisei, rifiutando Gesù, rifiutando la sua rivelazione di Dio
Padre misericordioso, si ostinano nella loro cecità. Pertanto con la loro
presunzione di guidare gli altri, si rendono responsabili del fallimento del
loro cammino.
Il discepolo con la sua scelta di vita è chiamato ad aprire gli occhi ed
essere luce del mondo. Devono incarnare l’immagine del Figlio di Dio e
accompagnare gli altri verso la luce, verso il Padre misericordioso.
v. 40: Un discepolo non è più del
maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro.
Nel mondo rabbinico, il discepolo impara non solo dalle parole del suo
maestro ma vivendo accanto a lui. Qui abbiamo un vero e proprio richiamo alla
formazione, dello stare alla scuola del Maestro. Il rapporto tra maestro e
discepolo deve essere reciproco. L’umiltà occorre al maestro per far crescere
il suo discepolo. L’umiltà occorre al discepolo nel riconoscere di avere un
maestro vivendo tutte le esigenze del discepolato. San Filippo Neri ammoniva:
“Non fate i maestri di spirito, e non pensate di convertire gli altri; ma
pensate a regolare prima voi stessi!”.
vv. 41-42: Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio
del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi
dire al tuo fratello: «Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo
occhio», mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio?
Scribi e farisei guardavano facilmente i difetti che il bene che ci stava
nell’altro. Erano bravissimi nel segnalare anche le più leggere trasgressioni
della legge degli altri, però si ostinavano nel mantenere nel loro occhio la
trave, cioè la trasgressione massima della legge: “Andate a imparare che cosa
vuol dire: “Misericordia io voglio e non sacrifici . Io non sono venuto infatti
a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13). Questi sono i maestri cattivi:
ciechi alla misericordia! , sono quelli che si dichiarano “più bravi!” e poi sono
giudici spietati con gli altri, ma benevoli con se stessi; vanno lì a guardare
tutte le pagliuzze negli occhi degli altri – è lo zelo di donna Prassede! – non
si accorgono di avere una trave nell’occhio.
Ipocrita! Togli prima la trave dal
tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del
tuo fratello.
Gesù chiama queste persone “ipocrita”, cioè teatrante. Questi infatti
impersonano (nella commedia greca si usano più maschere per poter interpretare)
il Dio farisaico, un dio che scruta, prende nota degli errori altrui e poi ne
chiede conto. Appare la pretesa di migliorare gli altri senza mettere in
questione se stessi. C’è molta contraddizione e incapacità. Questa è una
commedia che Dio non sopporta. Bisogna imparare a saper usare lo sguardo di Dio
che è “luce e nel quale non ci sono tenebre” (1Gv 1,5).
vv. 43-44: Non vi è albero buono che produca un frutto
cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni
albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli
spini, né si vendemmia uva da un rovo.
Qui abbiamo il criterio per giudicare. L’albero è simbolo della vita,
perché prende ciò che non è vivo: la terra, l’acqua, l’aria e il fuoco e la
luce, i quattro elementi del cosmo, e li trasforma in vita.
Dalla natura dell’albero dipende il tipo di frutto. Dal frutto, che
raccogli, capisci di quale albero si tratti. Di quale frutto parliamo?
Abitualmente la risposta la troviamo nelle opere. Qui i frutti sono i messaggi
che i maestri cristiani annunciano. Il messaggio può essere sia bello che
brutto.
L’albero bello è quello che stende i suoi rami verso la sorgente d’acqua
che è la Parola di Dio. Se il frutto è la parola, Gesù invita ad affondare le
radici della nostra vita nella Parola, perché il nostro frutto sia bello e la nostra
vita gioiosa.
v. 45: L’uomo buono dal buon tesoro
del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae
fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.
Un inno
degli anni ’60 dell’organizzazione statunitense Up With People dice che “dentro
tutti quanti c’è del bene e c’è del mal. Ma in fondo a ogni cuore è nascosto un
capital”
(cfr. Pro 20,9; Qo 7,20). Il principio del bene e del male è ciò
che c’è nel cuore. L’opera principale che l’uomo fa non sono le opere, sono le
parole.
Tutti i nostri
rapporti sono retti dalle parole. Le parole possono essere buone, possono
essere cattive. Bisogna saper dimorare nella Verità per vivere come creatura di
Dio pieni della misericordia di Dio che sempre ripete: non giudicate, non condannate,
perché il primo peccato è nella parola, sempre.
Nello scrigno del nostro cuore ci sia un solo tesoro: la misericordia di
Dio!  
Ci fermiamo in silenzio
per accogliere la Parola nella vita. Lasciamo che anche il Silenzio sia dono
perché l’incontro con la Parola sia largamente ricompensato
La Parola illumina la
vita e la interpella
Sono tra quei ciechi che guidano la
comunità, il gruppo, la famiglia?  

Nella
qualità del mio cuore sento di essere discepolo di Gesù?

Produciamo attenzione e dedizione misericordiosa o giudizio, condanna,
rifiuto, disprezzo?

Cosa c’è nello scrigno del mio cuore: la Sapienza del Padre del cielo o
la sapienza degli uomini?
Pregare
Rispondi a Dio con le sue stesse parole
È bello
rendere grazie al Signore
e cantare al
tuo nome, o Altissimo,
annunciare
al mattino il tuo amore,
la tua
fedeltà lungo la notte.
Il giusto
fiorirà come palma,
crescerà
come cedro del Libano;
piantati
nella casa del Signore,
fioriranno
negli atri del nostro Dio.
Nella
vecchiaia daranno ancora frutti,
saranno
verdi e rigogliosi,
per
annunciare quanto è retto il Signore,
mia roccia:
in lui non c’è malvagità (Sal 91).
Contemplare-agire  L’incontro
con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità…
Avere fede
non basta per dire che si crede in Cristo, occorre mettere coraggiosamente in
gioco la propria vita nella sequela del suo Vangelo.

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