Lectio divina su Mc 13,33-37

Invocare
O Dio, nostro Padre, nella tua
fedeltà che mai vien meno ricordati di noi, opera delle tue mani, e donaci
l’aiuto della tua grazia, perché attendiamo vigilanti con amore irreprensibile
la gloriosa venuta del nostro redentore, Gesù Cristo tuo Figlio. Egli è Dio, e
vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei
secoli. Amen.
Leggere
33Fate attenzione, vegliate, perché non sapete
quando è il momento. 34È come un uomo, che è partito dopo aver
lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo
compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 35Vegliate dunque:
voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte
o al canto del gallo o al mattino; 36fate in modo che, giungendo
all’improvviso, non vi trovi addormentati. 37Quello che dico a voi,
lo dico a tutti: vegliate!».
Silenzio meditativo ripetendo mentalmente il
testo, cercando di ricordare quanto letto o ascoltato
Capire
Iniziamo con il tempo di Avvento
un nuovo anno liturgico – anno B – in cui ci accompagnerà a percorrere i fatti
fondamentali della storia della salvezza e dell’esperienza di Gesù il vangelo
di Marco.
Il piccolo brano di Marco che è
la conclusione del cap. 13, la piccola apocalisse di Marco, predomina il
termine vegliare. Questo termine, posto all’inizio dell’anno liturgico, si
trova immediatamente prima del racconto della passione, alla quale sembra già
accennare l’immagine del padrone che torna a chiedere i conti “al canto del
gallo”, immagine che non può non evocare il tradimento di Pietro. Non è neanche
da trascurare il fatto che l’ordine di vegliare sia ripetuto ben tre volte nel
breve spazio di cinque versetti.
Star svegli è necessario. Non è
una questione di date o scadenze che tanti in mezzo a noi attendono con
agitazione.
Il Signore Gesù ci ha dato un
“potere”. Ci sta una responsabilità di fare e dire quanto Lui ha fatto e detto:
mettere a servizio dei fratelli il suo dono nello Spirito.
Meditare
v.
33: Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento.
Il verbo “vegliare” che troviamo
in questo versetto, è in coppia con l’altro verbo tipico di questo capitolo,
“fate attenzione” (blepete), o “state
attenti”, che pure ricorre diverse volte (vedi vv. 5.9.23). Già al v. 32
l’evangelista mise sulla bocca di Gesù la sorprendente affermazione “quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno
lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre”
, se ne
capisce l’importanza: il modo migliore per vivere il presente, per un credente,
è la vigilanza. Ciò vuole spiegare meglio che il “fare attenzione” ai segni dei
tempi, è una delle costanti che emergono dall’Avvento, è in primo luogo “fare”
e “dare” attenzione a Gesù, non stancarsi di Lui e delle sue parole e capire
chi è Colui che sta alla porta e bussa (cfr. Ap 3,20), per aprirsi totalmente a
Lui.
Il verbo “vegliate” in greco agrypnèite indica lo sforzo e l’impegno di
chi fa di tutto per “scacciare” il sonno, in particolare quando sembra ormai
vincere ogni resistenza. Il termine lo riscontriamo nuovamente alla fine del
brano.
Questo verbo lo ritroviamo anche
nell’Orto del Getsemani, quando Gesù dice ai suoi discepoli: “Vegliate e pregate per non entrare in
tentazione”
. Esso richiama a una preghiera vigilante; la preghiera è
necessaria perché voi non vi addormentiate nella vita. È un uscire da una certa
situazione di morte, di staticità (cfr. Es 12,41-42).
Nel Vangelo secondo Marco nel “vegliare”
c’è innanzitutto un atteggiamento di fondo che è l’atteggiamento della fede.
Vegliare per Marco vuole dire ricordarsi costantemente di Gesù Cristo, che
veniamo da Gesù Cristo, e che viviamo davanti a lui, al suo cospetto, sotto il
suo sguardo. Ciò ci porta a resistere allo spirito dominante e conservare la
capacità di critica, per non piegarci al “così fan tutti!”.
La vigilanza deve essere costante
“perché non sapete quando è il momento” della sua ultima venuta. Ogni istante è
il momento opportuno in cui vivere l’incontro con Lui, in attesa di quello
definitivo.
v.
34: È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il
potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di
vegliare.
Il versetto si presenta come una
“piccola parabola” (in coppia con quella del fico che occupa i vv. 28-29 dove
l’attenzione è posta sui segni dei tempi) che possiamo confrontare con la
parabola dei talenti di Matteo (Mt 25,14-15) o delle monete d’oro in Luca (Lc
19,12-13). La caratteristica è sempre la stessa: la veglia.
La piccola parabola presenta un
uomo che è partito per un viaggio. Questo viaggio non è altro che un esodo, un uscire
dal proprio popolo, andare lontano (cfr. 12,1). Quest’uomo prima di andare via
lascia la propria casa, dà il potere ai servi e a ciascuno il suo compito: una
responsabilità dunque condivisa “per l’utilità comune” (1Cor 12,7).
In questa consegna, ci sono tutti
i tratti di una chiesa “in uscita” per vivere una spiritualità di comunione,
una chiesa cioè che vive di una responsabilità di cui il Signore le ha fatto
dono. Una chiesa nella quale ciascuno ha il suo compito, nella quale ciascuno ha
ricevuto un carisma da potere esercitare. Queste sono le condizioni per
attendere, per vegliare, per vigilare.
L’accenno al portiere richiama il
v. 29 dove si parla del giudice che è alle porte (cfr. Gc 5,8-9). Il portiere
ha una responsabilità particolare circa la vigilanza. Egli deve richiamare
tutti, perché chi non veglia, non attende, e chi non attende, non accoglie il Veniente.
v.
35: Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se
alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino
Il vegliare non appartiene solo
al portiere ma a tutti, perché tutti chiamati ad essere “sentinella” (cfr. Ez
3,16; cfr. anche Rm 13,11-14). Il tempo di veglia è anche tempo di attesa.
La realtà che viviamo, e che
vivono soprattutto i giovani, è la realtà di chi non aspetta più niente e di
chi non ha un motivo per vegliare. Per cui ci creiamo dei falsi motivi per
vegliare uccidendo la speranza. C’è ancora Qualcuno da attendere. Questo è il
significato dell’invito che Gesù rivolge a tutti.
Questo qualcuno (che
l’evangelista potrebbe identificarlo con il Figlio dell’uomo) può venire alla
sera, quando uno dei dodici, Giuda, lo consegna e tutti dormono invece di
vegliare con lui (14,10-11.32-45); a mezzanotte, quando il Figlio dell’uomo è
interrogato dal sommo sacerdote e annuncia che “lo vedranno venire sulle nubi
del cielo” (14,53-62); al canto del gallo, quando Pietro lo rinnega (14,66-72),
o al mattino, quando Israele, nei suoi capi, lo consegna ai pagani (15,1-5).
Questo tipo di suddivisione della
notte in quattro tempi è dovuta ai romani e corrispondeva ai turni di guardia.
Gli Ebrei dividevano la notte in tre vigilie (cfr. Lc 12,38). Le quattro ore in
cui vegliare corrispondono ai quattro sonni del discepolo.
Ora, in queste ore che
trascorrono, noi troviamo anche lo scandire delle ore della preghiera. L’altro
aspetto nel quale vigilare, oltre alla comunione, è proprio la preghiera. Non
può giungere all’improvviso il Signore per una chiesa che prega. È indicativo
che la vigilanza sia scandita dalle ore della preghiera  e non da altre cose. Questo dovrebbe portarci
a far sì che la preghiera sia vissuta come attesa, come vigilanza, come
incontro. Il Signore riconosce coloro che troverà così.
v.
36: fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
L’affermazione finale “non vi
trovi addormentati” ha un significativo rimando al racconto della passione (Mc
14,37.40.41) dove i discepoli si addormentano.
Proprio quando i discepoli
vengono meno nella fedeltà al loro maestro, nell’ora della tenebra, questi
incoraggia ed esorta sapendo che il suo insegnamento, cioè che il Figlio
dell’uomo deve morire per risuscitare il terzo giorno, è difficile da accettare
e da vivere. Il racconto di passione subito dopo metterà in primo piano proprio
la non-vigilanza.
Tutti questi momenti coglieranno
i discepoli nel sonno, all’improvviso. La carne è debole, non è ancora
rivestita dalla forza dello Spirito
Il Signore che viene di notte non
è colui che si diverte a non farci dormire, anzi è colui che ci mantiene in
vita nell’ora della tenebra e della morte, nel momento in cui più siamo in
difficoltà e abbiamo maggiormente bisogno di lui. Ma la sua venuta è anche
quella del ladro (1Ts 5,2) per chi ha posto il suo tesoro altrove.
v.
37: Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».
Qui, riprendendo il discorso del
v. 3 che era rivolto a Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea, viene esplicitata la
portata universale: “lo dico a tutti”.
Attraverso loro, il discorso è esteso a tutti e alla Chiesa di ogni tempo. I
discepoli e quindi la Chiesa devono essere consapevoli che vegliano, ma non
vegliano solo per se stessi, ma per tutti.
“Vegliate”. È l’ultima parola di
Gesù prima che inizi la sua passione. Il cristiano deve dunque vegliare. Questo
è il consiglio operativo e imperativo per il credente perché proprio questo
atteggiamento lo distingue dal mondo che non attende il ritorno del Signore. Al
v. 28 Gesù dice: “Dalla pianta di fico
imparate questa parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le
foglie, sapete che l’estate è vicina”.
Vegliare significa conservare
quella condizione fondamentale per riconoscerlo al suo apparire. Chi non sa
vegliare non sa neanche pregare. Perciò “svègliati, o tu che dormi, dèstati dai
morti, e Cristo ti illuminerà” (Ef 5, 14. Cfr. anche 1Cor 15,34; Rm 13,11).
La
Parola illumina la vita
Gesù, mi chiama a trascendere le
forme e di attaccarmi a lui. Quali cose, forme, segni, credo che il Signore mi
chiede di trascendere per attaccarmi di più a lui?
Sono consapevole che, tante
volte, anch’io sto dormendo, vagando “lontano dalle vie del Signore”?
Sono vigilante, attento, secondo
l’invito che mi viene dal Vangelo, oppure il mio cuore, la mia attenzione è
rivolta a tutt’altra cosa che nulla ha a che fare con il Cristo?
Vivo la mia vita in una continua
attesa del Signore che viene? Oppure aspetto il ciclo liturgico dell’Avvento come
occasione per ricordarti l’elemento di attesa nella vita cristiana?
Pregare Rispondi
a Dio con le sue stesse parole
Tu, pastore d’Israele, ascolta,
seduto sui cherubini, risplendi.
Risveglia la tua potenza
e vieni a salvarci.               
Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi
e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra
ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te
hai reso forte.  
Sia la tua mano sull’uomo della
tua destra,
sul figlio dell’uomo che per te
hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo,
facci rivivere e noi invocheremo
il tuo nome. (Sal 79)
Contemplare-agire
L’incontro
con l’infinito di Dio è impegno concreto nella quotidianità…

Vivo in pienezza il presente,
senza assolutizzare nulla, cogliendo il valore e il limite di ogni cosa, senza
rimandare a domani il bene che si può fare e si deve fare oggi.


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