Lectio
divina su Mt 22,34-40

Invocare
O Padre, che fai ogni cosa per amore e sei la più sicura difesa degli umili e
dei poveri, donaci un cuore libero da tutti gli idoli, per servire te solo e
amare i fratelli secondo lo Spirito del tuo Figlio, facendo del suo
comandamento nuovo l’unica legge della vita. 

Per Cristo nostro Signore. Amen.
Leggere
34i farisei, udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si
riunirono insieme 35e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò
per metterlo alla  prova: 36«Maestro,
qual è il più grande comandamento della legge?». 37Gli rispose:
«Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con
tutta la tua mente. 38Questo è il più grande e il primo dei
comandamenti. 39E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo
tuo come te stesso. 40Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge
e i Profeti».

Silenzio
meditativo ripetendo mentalmente il testo, cercando di ricordare quanto letto o
ascoltato

Capire  
Nel racconto dell’ultima settimana di Gesù, la liturgia salta il discorso che
Gesù fece con i sadducei (22,23-33). Si tratta della famosa questione della
donna che aveva sposato uno dopo l’altro sette fratelli senza averne figli,
questione direttamente collegata con la risurrezione, che i sadducei non
ammettevano.
Il vangelo di oggi ci presenta la terza delle cinque controversie che Gesù
sostiene con i rappresentanti delle autorità giudaiche a Gerusalemme nei giorni
che precedono il suo arresto. Essi lo interpellano su una delle questioni
fondamentali dell’insegnamento farisaico: quale è il più grande dei
comandamenti?
“I rabbini
mettevano in luce la molteplicità delle prescrizioni, ripartendo i 613 precetti
della torah in 365 proibizioni – numero dei giorni di un anno – e in 248
comandamenti – numero delle componenti del corpo umano” (Jean Radermakers).
Gesù da’ loro
una prima risposta che accomuna: l’amore verso Dio. Ma la completa con un
secondo comandamento, il più simile al primo è l’amore per il prossimo. Qui
qualcosa ai farisei non torna
Il dialogo tra
Gesù e il dottore della Legge che ci presenta Matteo è molto diverso da quello
presentato dall’evangelista Marco (12,28-31) e dall’evangelista Luca
(10,25-28). In essi troviamo uno scriba che con Gesù stabilisce un dialogo
costruttivo e da Lui viene incoraggiato nel suo cammino verso il Regno di Dio.
Nel caso del
vangelo di Matteo, l’Evangelista non riporta nulla circa la reazione del
dottore della Legge: vi è un dibattito aperto ma che rimane chiuso.
Matteo continua
la narrazione con una domanda che Gesù stesso rivolge loro (22,41-46),
riguardante il Figlio di David.  
Meditare
vv. 34-36: i farisei, udito che Gesù aveva
chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore
della legge, lo interrogò per metterlo alla 
prova: 
C’è sempre la
tentazione di ridicolizzare Gesù. Gesù, dopo aver superato l’insidia relativa
al tributo tesagli dai farisei e aver risposto alla domanda dei sadducei circa
la risurrezione, viene interpellato ancora una terza volta. Questa volta è
interpellato da un esperto, un dottore della Legge. Questa tentazione richiama
alle tentazioni nel deserto. Il Tentatore ha provato sempre a cambiare
maschera. Ora ci proverà anche con il “bacio di Giuda”; poi con le beffe di
Caifa; poi con Ponzio Pilato. Intanto ci prova con un dottore della legge.
«Maestro, qual è il più grande comandamento
della legge?».
Il dottore della
Legge si rivolge a Gesù chiamandolo Maestro. Per la terza volta appare questo
titolo attribuito a Gesù. La domanda che gli viene rivolta è molto fine: serve
anzitutto per allontanarlo dalle parole chiare che egli pronuncia nella sua
predicazione e per invischiarlo, invece, nel ginepraio dei cavilli, sul quale
loro sono più preparati e competenti.
L’interlocutore
non chiede quale sia il primo comandamento ma usando un semitismo (che
significa il “massimo”), chiede il massimo dei comandamenti, quello che ha un
valore assoluto.
La grandezza del
comandamento sembra intendersi in relazione al suo contenuto, ossia alla parola
che richiede un amore dell’uomo verso Dio, compito inesauribile, come
suggerisce l’uso della formula al futuro (“amerai”), forma verbale che oltre al
valore dell’imperativo aggiunge pure l’idea di progressività, di incompiutezza.
È precisamente l’entrare in relazione con Dio stesso, attraverso l’amore, che
giustifica la grandezza del comandamento. Inoltre, ciò che deve caratterizzare
l’amore per il Signore è la totalità. In quel tempo, tra i giudei, si discuteva
molto su questo tema. Si trattava di una questione polemica.
Amare Dio nel
contesto del Deuteronomio è un appello non al sentimento o all’emozione, ma a
una obbedienza fattiva. Ama veramente Dio chi lo riconosce come Dio e compie
correttamente, fedelmente, la sua volontà. Se dunque Dio ama l’uomo, chiunque
voglia amare Dio deve collocarsi sulla sua stessa lunghezza d’onda, deve amare
l’uomo. Anzi, deve amare il prossimo.
Questo prossimo
devi amarlo come te stesso; devi volere concretamente la sua vita così come
difendi la tua; se ti viene spontaneo considerare l’altro come estraneo, dovrai
imparare a considerarlo come parte di te.
vv. 37-38: Gli rispose: «Amerai il Signore
Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo
è il più grande e il primo dei comandamenti.
Alla prova del
dottore della legge Gesù risponde citando due testi dell’Antico Testamento, in
particolare lo Shema’ Jsra’el: Dt
6,4-8 e Lv 19,18. Al tempo di Gesù, i giudei che si consideravano pii
recitavano questa frase tre volte al giorno: la mattina, a mezzogiorno e la
sera. Era una preghiera assai conosciuta tra loro, come lo è oggi per noi il
Padre Nostro.
Qui la grandezza
del comandamento: l’amore dell’uomo verso Dio. Precisamente: entrare in
relazione con Dio stesso, attraverso l’amore, che giustifica la grandezza del
comandamento. Inoltre, ciò che deve caratterizzare l’amore per il Signore è la
totalità, perché il desiderio di Dio è imparare a trasformare la nostra vita in
amore.
Amare Dio vuol
dire aderire al suo volere dicendo no al proprio. Amare Dio nel contesto del
Deuteronomio è un appello non al sentimento o all’emozione, ma a una obbedienza
fattiva. Amare il Signore con tutto il cuore significa amarlo con la ‘totalità’
del cuore, cioè con cuore indiviso, non separato. Solo un cuore umano unificato
può amare Dio con quella totalità che Dio chiede. Un cuore unificato è un cuore
in cui il bene ha prevalso sul male. È un cuore sgombro, pulito, perché vi
possa albergare lo Spirito Santo. Solo con un cuore così potremo fare dei due
un unico comandamento. Amare Dio con tutto il cuore significa che il cuore
umano è ripieno totalmente dello Spirito di Dio e quindi non esiste più
differenza, separazione tra Dio e l’uomo. Solo amando Dio con “tutto” possiamo
amare il prossimo come noi stessi e facciamo di questi un unico comandamento.
Se noi amiamo il prossimo come noi stessi senza l’antecedente dell’amore a Dio,
rischiamo di amare il prossimo con gran parte del nostro egoismo. L’esperienza
prima di Israele è quella di essere un popolo gratuitamente amato da Dio. Un
principio: l’amore di Dio all’uomo, da cui deriva come risposta il primo
comandamento: riamare Colui che per primo ha amato. Gesù fa risalire Israele e
ogni uomo a Dio-agape totalmente coinvolto per Israele e per l’umanità fino al
dono del figlio; la creatura umana non può che rispondere: ti amo, impegnando
totalmente se stessa in questa risposta di amore. Nell’essere amati e nel
riamare sta l’esperienza fondamentale cristiana. In principio vi è dunque un
rapporto di amore.
v. 39: E il secondo è simile al primo:
Amerai il prossimo tuo come te stesso.
Nei due passi
che erano al centro della spiritualità di Israele, Gesù mette qualcosa di suo,
qualcosa di originale: congiungere i due comandamenti. Questo perché? Ci sono
come due tendenze nello spirito umano, e queste sono anche le due tendenze che
si contendono l’anima cristiana: la tendenza che accentua il primato di Dio (e
quindi la preghiera, il rapporto con Lui, la conversione interiore e personale)
e la tendenza che, in nome di Dio, attira l’attenzione sull’uomo (e quindi la
giustizia, la lotta per un mondo più giusto, la presa di posizione di fronte
alle strutture della nostra società). È nella capacità di tenerli uniti che si
misura la vera fede.
La similitudine
per la quale il secondo comandamento dipende dal primo è una similitudine
importante. Gesù rivela qualcosa di inaudito: l’amore dell’uomo è sullo stesso
piano dell’amore di Dio. Questa similitudine vuol dire imparare ad avere come
motivazione delle nostre scelte l’amore. L’amore verso Dio, primo; l’amore
verso il fratello, accanto all’amore verso Dio. Dio deve diventare il
riferimento supremo, assoluto della nostra vita. Amare Dio vuol dire: fare
entrare concretamente Dio dentro alla nostra vita, in modo che le nostre scelte
siano misurate con Lui.
Abbiamo una
similitudine da tradurre per il nostro cammino di fede così:  “per come tu ami il prossimo, non pensare mai
di essere tu maestro dell’amore al prossimo, perché l’amore al prossimo ha
senso nella misura in cui è similitudine dell’amore a Dio”. Questa similitudine
dice anche la nostra incapacità di amare come lui ci ha amato. Dire che il
secondo è simile al primo vuol dire anche, comunque sia, sapere che l’amore con
cui amiamo è sempre riduttivo o in divenire rispetto all’amore di Dio. Colui
che apre all’amore verso di sé è il medesimo che apre all’amore verso il
prossimo.
v. 40: Da questi due comandamenti dipendono
tutta la Legge e i Profeti».
Matteo nel suo
vangelo ha sempre voluto sottolineare che Gesù non è venuto per abrogare la legge
o i profeti, ma per dare compimento (Mt 5,17), cioè a “valorizzare”,
“realizzare”, “adempiere”… dal verbo greco “pleròo”. Gesù non fa altro che
mostrare che tutte le esigenze della legge sono concentrate sull’amore, la cui
fonte è Dio.
Quest’ultima frase
dà la chiave di lettura dell’intero brano di Matteo. La frase vuole indicare un
aggancio, infatti è legata al verbo “krèmatai” che significa “sospesa”. Ciò
vuol indicare che quanto afferma Gesù è un punto fermo su cui ruota la Legge e
i Profeti. Secondo Matteo, questo
due comandi, letti insieme, diventano ricapitolazione di tutta la Legge (cfr.
Rm 13,8-10; Gal 5,14; Gc 2,8), mentre il primo da solo non è sufficiente a
sintetizzarla.
Quindi possiamo
leggere così:  “in questi comandamenti è
sospesa tutta la legge”. Ciò significa che Gesù mostra che tutte le esigenze
della legge sono concentrate nell’amore. Ma la fonte e il modello di questo
amore è Dio stesso, il Padre che ama in modo gratuito e universale perché
elargisce i suoi doni ai buoni e ai cattivi, ai giusti e agli ingiusti.
Altrove Gesù
inviterà ad essere ‘perfetti’ come è perfetto il Padre celeste, cioè amare in
modo integro come il Padre celeste. L’invito ad essere “perfetti” come è
perfetto il Padre celeste (Mt 5,48), vuol dire amare in modo integro come il
Padre celeste. Gesù infatti, interpretando quanto è scritto nella Legge
rilancia nuovamente il tutto con un nuovo criterio: “Amare il prossimo come
Gesù ci ha amato!”. Gesù ha interpretato il senso esatto della Parola di Dio e
ha indicato il cammino per una convivenza più giusta e più fraterna.

La Parola illumina la vita
Mi capita mai di
voler mettere alla prova qualcuno con l’inganno?
Quale è per me
il più grande comandamento del Signore,
qual è il nocciolo del vangelo? Volersi bene ? Giusto. Ma è tutto?
Quali sono le
caratteristiche del mio amore verso il prossimo (e, di riflesso, verso Dio?)
La ricerca del
cuore della Legge appassionava gli uomini religiosi al tempo di Gesù. Oggi,
appassiona anche me?
Leggo la Parola di Dio per un tornaconto
personale, oppure mi lascio plasmare da Essa?
Amare i fratelli in Dio e Dio nei fratelli
non è facile. Quali sono gli scogli che trovo nella mia esperienza personale?
Pregare Rispondi a Dio con le sue stesse parole
Ti amo, Signore, mia forza,
Signore, mia roccia,
mia fortezza, mio liberatore.
Mio Dio, mia rupe, in cui mi
rifugio;
mio scudo, mia potente salvezza e
mio baluardo.
Invoco il Signore, degno di lode,
e sarò salvato dai miei nemici.
Viva il Signore e benedetta la mia
roccia,
sia esaltato il Dio della mia
salvezza.
Egli concede al suo re grandi
vittorie,
si mostra fedele al suo consacrato.
(Sal 17).

Contemplare-agire 
Mi fermo a rileggere questa pagina e a revisionare la mia vita. Chiedo che Dio
mi doni il dono del suo amore, dell’amore sincero a cominciare da me stesso,
perché se non amo me stesso è difficile che amo Dio, che amo il prossimo.

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