Lectio divina su Mt 5, 17-37
Invocare
O Dio, che riveli la pienezza della legge nella giustizia nuova
fondata sull’amore, fa’ che il popolo cristiano, radunato per offrirti il
sacrificio perfetto, sia coerente con le esigenze del Vangelo, e diventi per
ogni uomo segno di riconciliazione e di pace. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Leggere
17 «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti;
non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18 In verità io vi
dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o
un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19 Chi dunque
trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare
altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li
osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli. 20 Io vi
dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei
farisei, non entrerete nel regno dei cieli. 21 Avete inteso che fu detto agli
antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”.
22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere
sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere
sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della
Geènna.
23 Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che
tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti
all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire
il tuo dono. 25 Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in
cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice
alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26 In verità io ti dico: non
uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo! 27 Avete
inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. 28 Ma io vi dico: chiunque
guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio
cuore. 29 Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via
da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il
tuo corpo venga gettato nella Geènna. 30 E se la tua mano destra ti è motivo di
scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle
tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
31 Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del
ripudio”. 32 Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso
di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata,
commette adulterio. 33 Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non
giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. 34 Ma io
vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, 35 né
per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è
la città del grande Re. 36 Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai
il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37 Sia invece il vostro
parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno.
Silenzio
meditativo ripetendo mentalmente il testo cercando di ricordare quanto letto o
ascoltato
Capire
Siamo nel contesto del discorso della
montagna, discorso che sorprende le l’autorità. Dopo il brano dedicato alla
nuova legge, quella delle Beatitudini, e alle caratteristiche del discepolo
(sale della terra e luce del mondo), Gesù crea sei contrapposizioni tra lo “sta
scritto” tramandato di generazione in generazione e ciò che egli vuole
annunciare, come un’interpretazione della Torah più autorevole e autentica di
quella fornita dalla tradizione dei maestri.
Gesù comunica loro con vigore le
esigenze di una vita segnata dall’essere figli di Dio e dalla fraternità verso
tutti.
Partendo da Mosè che dona la Legge sul
monte Sinai (Es 24,9), Gesù fa capire il precetto della legge ebraica. Questo
lo fa da Maestro. La sua posizione – seduta – ricorda l’atteggiamento del rabbi
ebraico che interpreta la Scrittura ai suoi discepoli. Gesù stesso aveva dato
l’autorità di estrarre dal loro «tesoro cose nuove e cose antiche».
Il messaggio di Gesù in questo inizio
si concentra sulla felicità in senso biblico, che pone l’uomo nel giusto rapporto
con Dio e, di conseguenza, con la totalità della vita: una felicità legata alla
realtà stessa del regno dei cieli. In una seconda parte viene sviluppato il
tema della «giustizia» del regno dei cieli (5,17-7,12).
L’evangelista Matteo descrive per noi
Gesù pienezza della legge perché egli è la parola definitiva del Padre (Eb
1,1). Paolo ci dice che “chi ama il suo simile ha adempiuto la legge… Pieno
compimento della legge è l’amore” (Rm 13,8-10).
Meditare
vv.
17-18: Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono
venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento.
Le parole contenute in questi versetti
sono indirizzate ad alcuni che rispettavano la legge, non soltanto nel suo
senso letterale, ma ancora nel senso spirituale; e temevano che Gesù avesse
l’intenzione di rovesciare tutte le istituzioni stabilite da Dio fra loro.
In queste parole Gesù fa una sua
dichiarazione: la sua venuta è per adempiere «la Legge ed i Profeti»,
un’espressione usuale per designare le Sacre Scritture. Legge e Profeti erano
le prime due grandi parti della Bibbia ebraica: i precetti del Signore e le
parole dei suoi servi (i profeti appunto) che ricordavano al popolo di Israele
tali precetti nei momenti in cui vi erano delle difficoltà (invasioni,
deportazione…). Si tratta dunque di tutto l’Antico Testamento. Queste parole
iniziali attiravano l’attenzione di tutti coloro che erano cresciuti studiando
e osservando tutto ciò che era scritto nella Bibbia e che poi avevano aderito
al Vangelo.
La «Legge ed i Profeti», come risulta
da altri passi del Vangelo (cfr. 7,12; 11,13), esprimono, nel pensiero di Gesù,
la volontà divina rivelatasi nell’antica Alleanza.
In
verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un
solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.
Gesù afferma, esattamente come i rabbi,
che la Legge nessun uomo potrà cambiarla perché voluta da Dio e protetta da
Dio. Non un solo iòta o un trattino passerà della Legge. Lo iòta è la lettera
dell’alfabeto greco che sta per la lettera ebraica yod, il più piccolo dei
caratteri ebraici. Assomiglia alla nostra i senza il puntino. Il trattino o apice
in greco è kerèa, che significa “corno”. In ebraico si chiama (qotz), che
significa “spina”. Qui indica le piccole sbavature (a forma di minuscoli corni
o piccole spine) presenti in alcune lettere dell’alfabeto ebraico.
Gesù non è venuto per abolire la Legge,
ma per portarla a compimento. Ciò che viene portato a compimento non può
cessare di essere, ma viene ad essere, appunto, nel compimento. La Legge
compiuta non è in contraddizione con la Legge, ma ne è la piena fioritura. Gesù
con la sua obbedienza e pratica attraverso la passione, morte e resurrezione ha
adempiuto la Legge.
vv.
19-20: Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà
agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi
invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei
cieli.
Il versetto si presenta pieno di verbi
che conducono all’insegnamento di Gesù: fare la volontà del Padre (Mt
3,13-4,11). Gesù indugia ancora nel rassicurare il suo pubblico israelita
affermando la validità della legge. Anzi si mette in atteggiamento polemico nei
confronti dei rabbini del suo tempo che osavano fare delle gerarchie
all’interno della Legge distinguendo tra precetti più o meno importanti. Matteo
riconosce la distinzione tra comandamenti gravi e comandamenti leggeri ma esorta
alla pratica di tutti quanti, in quanto dono di Dio.
Rifacendosi a quanto già detto, abbiamo
qui gli Scribi ed i Farisei che non osservavano la legge, poiché essi
l’annullavano con le loro tradizioni, e la mettevano in pratica soltanto
esternamente. Scribi e Farisei, due classi di individui i quali, da due diversi
punti di vista, consideravano Gesù come un sovvertitore della legge e dei
profeti.
Eppure la Sapienza dice: “Se vuoi tu
puoi osservare i comandamenti”. È l’affermazione netta della libera volontà
dell’uomo. Raramente nell’AT possiamo trovare un’affermazione così esplicita su
tale argomento come questa fornitaci dal libro sapienziale del Siracide (Sir
15,16-21 ). Se gli uomini di questo mondo sono divisi in due campi, sapienti e
peccatori, non è ad opera di Dio ma dell’uomo stesso che sceglie di porsi in un
campo o nell’altro.
Io
vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei
farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Il lievito degli scribi, dei farisei, e
anche dei sadducei, era seducente poiché proponeva la perfezione dell’adempimento
della Legge e quindi il gradimento di Dio, e per questo Gesù afferma che la
loro giustizia, cioè il nucleo ispiratore dei loro precetti, era falso e non
portava al cielo ma alla Geenna (Mt 23,13s).
Perciò essi pretendevano invano di
essere giusti; e Gesù dichiara che coloro i quali desiderano entrare nel regno
dei cieli devono essere più santi di loro: senza una giustizia superiore a
quella dei Farisei, noi non possiamo far parte della sua Chiesa, né in questo
mondo, né nel mondo avvenire.
La “giustizia” di cui si tratta qui,
non è quella che ci è imputata per la fede, ma bensì una vita giusta e santa
che è la conseguenza della prima. Riguarda la fedeltà alla volontà di Dio
rivelata nella Torah e l’interpretazione datane da Gesù mentre la giustizia
degli scribi e dei farisei, molto preoccupata della lettera della Legge, spesso
mancava di spirito, per questo Gesù ripropone la volontà originaria di Dio
esplicitando lo spirito dei suoi precetti.
Perciò se vogliamo che la nostra
giustizia superi quella degli Scribi e dei Farisei, conviene che essa, la
giustizia, abbia la sua sede nei nostri cuori, e si manifesti nella nostra
vita.
vv.
21-22: Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso
dovrà essere sottoposto al giudizio”.
Qui Gesù cambia discorso. Inizia ad
affrontare l’argomento delle relazioni fraterne, ad esporre il vero significato
del comandamento. Gesù afferma in modo esplicito in cosa consista il compimento
della Legge, attraverso sei antitesi (quattro le leggiamo nel brano di oggi e
due le leggeremo domenica prossima). Nella loro lettura sarà chiaro in quali
termini la Legge si dichiara compiuta.
Il Signore non proibisce in un modo
assoluto di adirarsi. L’ira, quando è diretta contro il peccato è lecita.
«Adiratevi ma non peccate» dice san Paolo (Ef 4,26). Gesù guarda gli ipocriti
Farisei «con indignazione» (Mc 3,5). Egli parla qui di un’ira piena di odio
contro al fratello.
Nella prospettiva completamente nuova
del Discorso della Montagna, ogni mancanza d’amore verso il prossimo comporta
la stessa colpevolezza dell’omicidio. Infatti la collera, l’ira, il disprezzo
dell’altro si radicano in un cuore sprovvisto d’amore. In questo caso l’ira è
peccaminosa; è disubbidienza al sesto comandamento; è l’omicidio che sì svolge
nel cuore, benché non sia ancora arrivato alle mani. «Chiunque odia il suo
fratello, è omicida» (1Gv 3,15).
La vita dell’uomo è sacra perché è
stata creata da Dio ed ha come scopo principale quello di tornare a Dio. Solo
Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine; nessuno, in nessuna
circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distruggere direttamente un
essere umano innocente (Catechismo Chiesa Cattolica n. 2258). Per Gesù non
s’infrange la Legge solo uccidendo, ma anche con tutte quelle azioni che
tentano di distruggere o “vanificare” l’altro.
Ma
io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto
al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al
sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Sono tutti atteggiamenti che
sminuiscono la dignità di una persona, dignità che invece ha anche solo per il
fatto di essere figlio di Dio, perciò nostro fratello. Le sanzioni previste per
questa infrazione ricorrono ai tribunali umani: il giudizio, cioè il tribunale,
il Sinedrio, un tribunale religioso e infine la Geena, (valle di Gerusalemme
adoperata come immondezzaio, quindi metafora per indicare l’inferno). Gli
esempi sono paradossali e volutamente provocatori, per far intendere che il
rapporto con il fratello ha una tale serietà da determinare il destino finale
di un uomo. Un’idea analoga si trova in 1 Gv 3,15: «Chiunque odia il proprio
fratello è un omicida».
L’accoglienza del fratello e il
rispetto della sua vita sono dunque molto importanti se la loro mancanza
produce pene così forti.
vv.
23-26: Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo
fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti
all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire
il tuo dono.
Questi quattro versetti, contengono
un’applicazione pratica degli insegnamenti di Gesù relativi al sesto
comandamento. Gesù approfondisce i valori che si devono seguire nelle relazioni
tra i fratelli. Fratelli erano considerati coloro che appartenevano al popolo
di Israele, ma anche alla nuova comunità dei cristiani.
Quantunque il nostro primo dovere sia
di rendere il nostro culto a Dio, Gesù, per dimostrare l’importanza e la
necessità della riconciliazione, dichiara che l’offensore, anche se egli fosse
in procinto di rendere il suo culto a Dio, dovrebbe sospenderlo, finché non
avesse confessato il suo torto al suo avversario, e non si fosse riconciliato
con lui. Non è solo questione di chiedere perdono: è urgente ricostruire le
relazioni fraterne perché il bene del fratello è il mio bene.
Gesù dice: “Va’ prima”… Innanzitutto,
prima di pregare, prima di donare, prima che l’altro faccia il primo passo, c’è
il movimento del mio cuore, del mio corpo verso l’altro. Tale andare verso
l’altro ha come scopo la ricomposizione della lacerazione; un movimento che
tende alla riconciliazione.
Il perdono vicendevole e la
riconciliazione sono una condizione per partecipare nel culto; senza di essi
non é possibile la relazione con Dio.
Mettiti
presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché
l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga
gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai
pagato fino all’ultimo spicciolo!
Gesù qui invita alla prudenza (cfr. Mt
10,16) e non solo. Egli suggerisce di risolvere i problemi a tu per tu con il
proprio avversario, cercando mediazioni e accordi personali.
Uno dei punti su cui maggiormente
insiste il vangelo di Matteo è la riconciliazione, poiché nelle comunità di
quell’epoca c’erano molte tensioni tra i gruppi con tendenze diverse, senza
dialogo. Nessuno voleva cedere dinanzi all’altro.
L’evangelista usando le parole di Gesù
suggerisce di evitare il più possibile il ricorso ai tribunali e ai giudici che
realizzano una giustizia alla fin fine disumana attraverso l’accoglienza e la
comprensione. Poiché l’unico peccato che Dio non riesce a perdonare è la nostra
mancanza di perdono agli altri (Mt 6,14). Per questo, cerca la riconciliazione,
prima che sia troppo tardi!
vv.
27-28: Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”.
La seconda e terza antitesi segue dopo
la violenza e riguarda la sessualità. Anche l’adulterio era previsto dal
Decalogo (Es 20,14; Dt 5,18). Per adulterio si considerava quello tra una donna
sposata o promessa sposa e un uomo che non fosse suo marito. L’offesa era fatta
al marito legittimo e doveva essere punita con la morte di entrambi i colpevoli
(Dt 22,22-24).
Per Gesù dire “non commettere” non è
sufficiente. C’è qualcos’altro che si annida nel cuore dell’uomo.
Ma
io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso
adulterio con lei nel proprio cuore.
Lo sguardo di cui parla Gesù non è
prodotto da un pensiero fugace, immediatamente represso da una santa vigilanza,
ma è uno sguardo diretto dalla volontà stessa dell’uomo con lo scopo di
fomentare in se stesso e negli altri passioni impure attraverso quel possesso.
Anche qui Gesù va alla radice del peccato
in questione: già il desiderio di una donna è un adulterio, rompe un relazione
di armonia tra persona e persona, tra la persona e il proprio Dio. Del resto
questo divieto del desiderio era già previsto dal nono comandamento.
Allora anche se non arriva a consumare
il peccato è già adultero nel suo cuore. Esempi di tali «sguardi» peccaminosi
condannati severamente dalla Bibbia non mancano (cfr. 2 Sam 11,2; Dn 13,20).
vv.
29-30: Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da
te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il
tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di
scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle
tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna. «Cava
il tuo occhio taglia la tua mano»
Gesù usa un linguaggio particolarmente
forte per sottolineare la gravità del pericolo costituito dallo sguardo
peccaminoso. Egli applica il suo insegnamento a ciascuno.
Queste sono immagini forti, anch’esse
riferite al sesto e nono comandamento, che probabilmente Gesù non ha usato, ma
che erano chiare in rapporto alla circoncisione. È necessario individuare e
allontanare dal cuore qualche pensiero o sentimento preciso che, pur essendo
legato alla nostra natura, ci impedisce di raggiungere la piena dignità che Dio
vuole per il nostro corpo.
Il Signore chiede ai suoi discepoli una
purezza di cuore, di mente, di mani, di occhi, di desideri, di volontà, di
lingua. Perché se una purezza manca, tutte le altre mancano.
Il rispetto di un uomo e di una donna comincia
dagli occhi, dalla bocca, dal desiderio. Se occhi, bocca, desiderio non sono
puri, tutto il corpo sarà travolto dall’impurità.
Quindi ciò che è da cavare, da tagliare
non è una parte del corpo, ma la concupiscenza che si pasce e cresce per mezzo
dell’occhio e della mano.
La metafora è probabilmente tolta
dall’esperienza chirurgica, e in ogni caso è adatta come illustrazione del
soggetto, poiché è noto ad ognuno, quando la salute del corpo è compromessa da
uno dei membri, non si esita a tagliarlo per evitare la morte. È meglio
rifiutare la soddisfazione di una mala concupiscenza in questa vita, dice il
Signore, che abbandonarsi in balìa del peccato, il quale conduce alla perdizione.
vv.
31-32: Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del
ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di
unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata,
commette adulterio.
Nell’antichità il divorzio era normale
per varie cause, il Signore esclude per sempre ogni forma di divorzio. Questo è
adulterio per entrambi i separati, se si risposassero, e anche per i loro nuovi
sposi. La prescrizione è netta e non ammette eccezioni. Viene descritto
solamente il caso del concubinato che nel testo greco (pornéia) indica la prostituzione, sia come idolatria, sia come la
pratica di vendere il proprio corpo (Mt 19,9). Mentre in ebraico il termine
corrispondente è zenût (impudicizia, fornicazione), un termine dispregiativo
con cui i rabbini chiamavano i matrimoni non validi, come quelli contratti fra
parenti, proibiti dalla legge mosaica (cfr. Lv 18), ammessi però nel diritto
greco-romano.
Matteo scrive per un ambiente giudaico
e altrove non riscontriamo lo stesso problema (cfr. Mc 10,1-12; Lc 16,18 e 1Cor
7,10-11). La legge dell’indissolubilità, dunque, secondo Matteo, non deve
estendersi alle unioni non «legate da Dio».
“Gesù mette in guardia quanti non
vivono la fedeltà coniugale dal rischio della separazione, del divorzio e
dell’adulterio. Emerge chiara la volontà di Cristo di ribadire la sacralità del
matrimonio e la reciproca fedeltà e l’indissolubilità dello stesso atto, con
cui due persone si consacrano a vivere nell’amore” (A. Rungi).
vv.
33-35: Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma
adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate
affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è
lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande
Re.
La quarta antitesi riguarda la verità
nei rapporti tra le persone. Viene ripreso qui l’8° comandamento (Es 20,7);
Gesù si riferisce ai vari passi del Pentateuco in cui si danno le norme per la
disciplina del giuramento (cfr. Lv 19,12; Nm 30,2). La pratica del giuramento,
comune a tutti i popoli, aveva lo scopo di chiamare Dio a garanzia della
verità. Ma poiché le circostanze della vita davano mille occasioni di ricorrere
al giuramento, facile ne era l’abuso o per leggerezza o inadempimento. Adesso
Gesù con le parole “non giurare affatto”, prescrive che ogni giuramento è
escluso del tutto (cfr. Sir 23,9). Giurare è sempre un atto che esige coerenza
con la vita, ma allora tra persone oneste, che hanno coerenza di vita, non c’è
bisogno del giurare, basta la parola data.
All’insegnamento di Gesù fa eco
l’avvertimento dell’apostolo Giacomo: Soprattutto,
fratelli miei, non giurate né per il cielo, né per la terra e non fate alcun
altro giuramento. Ma il vostro «sì» sia sì, e il vostro «no» no, per non
incorrere nella condanna.
(Gc 5,12).
Gesù invita alla responsabilità della
parola. Il parlare di ciascuno dev’essere talmente limpido da non aver bisogno
di chiamare Dio o le realtà sante a testimone di ciò che si esprime.
vv.
36-37: Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di
rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”,
“no, no”; il di più viene dal Maligno».
Il giuramento, sommariamente parlando,
è una promessa accompagnata da una invocazione della divinità chiamata a
testimone di quanto si dice. I Giudei giuravano per il cielo (come raccomandava
Filone), per la Città Santa e per altre realtà connesse con Dio. Gesù proibisce
qualsiasi giuramento perché l’uomo non può disporre né di Dio (vv. 34-35), né
di se stesso (v. 36). Non si può impegnare Dio poiché non ci appartiene; e
neanche noi stessi perché apparteniamo a Lui.
Qui viene ripreso anche un giuramento
molto comune tra gli Ebrei: il giurare per la propria testa, quasi a dire: “per
la mia vita!”, “per l’anima mia!”. Cioè: Ch’io possa morire se ciò non è vero!
Il nostro Signore proibisce di giurare così, e ne dà la ragione: “perché non
hai il potere di rendere bianco o nero un solo tuo capello”.
La parola «potere» nel testo greco ha
il senso di “cambiare radicalmente il colore dei capelli”, non di modificarli
con tinte o con preparati chimici.
Il senso del versetto è evidentemente
quello che deriva dalla constatazione che non avendo alcun potere sulla nostra
vita rappresentata dalla “testa” (capo), che Dio solo può abbreviare o
prolungare, siamo colpevoli giurando per quella, come giurando per il Creatore
nostro.
Questo discorso di Gesù non è puro
umanesimo; tutto è trattato dal punto di vista di Dio. La verità di un uomo è
nella corrispondenza del “sì” e del “no” che pronuncia con le radici del suo
sentimento e del suo pensiero.
Quindi cuore puro e non “doppio” (Sal
12,3), nessun ma o tentativo di dire insieme “sì” e “no”. Gesù stesso è “l’Amen
di Dio” (cfr. Ap 3,14), il “Sì” di Dio alle sue promesse, come predica Paolo
(cfr. 2Cor 1,19-20). 
La Parola illumina la vita
Come vivo i precetti della legge di Dio, come una legge di libertà o
come un obbligo che mi rende schiavo?
Nella vita sono sempre aperto alla richiesta di Gesù per una giustizia
più grande? Sono
consapevole di non essere, ancora, nella giustizia piena? Mi confronto
con l’agire di Dio?
La mia giustizia si impegna a imitare qualcosa della giustizia di Dio,
della sua gratuità, della sua creatività?
Come vivo nella società il comandamento di non uccidere? Nella mia
offerta all´altare, dò più importanza a Dio o al fratello? Il mio parlare è
sincero o pieno di falsità, ipocrisia?
E il comandamento che fa riferimento alle relazioni coniugali? E alla
sincerità nelle relazioni e nelle azioni?
Pregare
Beato chi è integro nella sua via
e cammina nella legge del Signore.
Beato chi custodisce i suoi insegnamenti
e lo cerca con tutto il cuore.  
Tu hai promulgato i tuoi precetti
perché siano osservati interamente.
Siano stabili le mie vie
nel custodire i tuoi decreti.   
Sii benevolo con il tuo servo e avrò vita,
osserverò la tua parola.
Aprimi gli occhi perché io consideri
le meraviglie della tua legge. 
Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti
e la custodirò sino alla fine.
Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge
e la osservi con tutto il cuore. (Sal 118).
Contemplare-agire
La scelta fondamentale di tutta la nostra esistenza è nella nostra
libertà: o con Dio, in Cristo, o lontano da lui, privi della vera libertà e di
amore. «Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei,
non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 5,20).

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