Lectio divina su Lc 9,18-24
Invocare
Fa’ di noi, o Padre, i fedeli discepoli
di quella sapienza che ha il suo maestro e la sua cattedra nel Cristo innalzato
sulla croce, perché impariamo a vincere le tentazioni e le paure che sorgono da
noi e dal mondo, per camminare sulla via del calvario verso la vera vita.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
Leggere
18 Un giorno Gesù si trovava in un
luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa
domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». 19 Essi risposero: «Giovanni il
Battista; altri dicono Elia; altri uno degli antichi profeti che è risorto». 20
Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo
di Dio». 21 Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. 22 «Il
Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani,
dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo
giorno». 23 Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me,
rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. 24 Chi vuole
salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa
mia, la salverà.
Silenzio meditativo: Ha
sete di te, Signore, l’anima mia.
Capire
Dal capitolo 6 al capitolo 9 del
vangelo di Luca, abbiamo una intensa attività del ministero di Gesù in Galilea.
L’evangelista, poi, porta il ministero al culmine dell’intensità con atti o
affermazioni di Gesù che delineano il programma del Regno: l’Eucarestia: 9,10-17;
la professione di fede di Pietro: 9,18-21; gli annunci della passione: 9,24.44
ss.; la trasfigurazione 9,28-36. 
Il brano di oggi riprende il tema su
chi è Gesù. La domanda è stata già posta da Giovanni Battista e da Erode.
Giovanni chiede a Gesù: “Sei tu colui che
deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”
(7,19). Erode afferma e chiede:
“Giovanni, l’ho fatto decapitare io; chi
è dunque costui, del quale sento dire queste cose?”
(9,9).
Nel contesto di Luca quest’episodio è
collocato all’interno della preghiera di Gesù. Possiamo anche osservare, che a
differenza di Marco (8,27-33), l’evangelista Luca non da una collocazione
geografica, perché vuole sottolineare l’aspetto esistenziale e relazionale
della sequela.
Luca ricorda più degli altri
evangelisti la preghiera di Gesù, che segna, in qualche modo, i momenti
decisivi della sua vita, i momenti appunto delle grandi decisioni o delle
esperienze particolarmente significative (prima del battesimo, prima di
scegliere i Dodici, nella trasfigurazione, nel Getsemani).  Nel vangelo di oggi è Gesù stesso che chiede
cosa pensa la gente di lui, qual è l’opinione pubblica e quella dei discepoli.
Pietro dichiara: “Tu sei il Cristo di Dio”, non un Cristo qualsiasi (cioè il primo
“unto” di passaggio) ma il Cristo di Dio, l’unto del Signore, colui che è stato
scelto da Dio per portare la salvezza definitiva ad Israele. Immediatamente
dopo, troviamo il primo annuncio della passione, della morte e della
risurrezione di Gesù.
La pericope e tutto il Vangelo attende
risposta  che tocchi la propria
esistenza, che sorga dalle fenditure della vita.
Meditare
v.
18: Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli
erano con lui
Il versetto indica un tempo, “un
giorno”, quasi ad indicare la storia umana con i suoi avvenimenti. Spesso
troviamo Gesù da solo in preghiera prima di ogni sua attività (cfr. Mt 14,23;
Mc 1,37; Lc 3,21; 6,12; 11,1), nella sua agonia (cfr. Mc 14,36), sulla croce
(cfr. Lc 23,34), per l’unità (cfr. Gv 17,20-21). C’è un rapporto di intimità
tra Lui e il Padre.
Qui l’evangelista Luca vuole
evidenziare un’altro aspetto della preghiera: un luogo appartato, un luogo di
intimità, insieme ai discepoli come segno di familiarità.
Il luogo appartato è una delle chiavi
della preghiera legato all’intimità e alla fraternità. In questo spazio
teologico, troviamo occasione per rispondere sulla situazione personale, come: chi
sono io? È una domanda che frequentemente ci viene rivolta dal Signore. In
questo caso ci viene rivolta mentre il cammino è verso Gerusalemme, verso la
Croce, verso la Risurrezione, verso la Pentecoste.
ed
egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?».
Anche se Gesù sapeva bene, cosa pensava
di lui la gente del suo tempo: “nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né
chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”.
(Lc 10, 22), si chiede cosa gli altri pensino di lui. Si tratta di valutare il
risultato della predicazione di Gesù, ma le domande riguardano direttamente
lui, la sua identità. Gesù non chiede: che cosa pensa la gente del Regno che ho
annunciato? Ma: che cosa pensa la gente di me?
Il ministero di Gesù non appare
semplicemente qualcosa che Gesù compie, ma un’esperienza legata profondamente
alla sua persona fino a identificarsi praticamente con lui. È davanti a Gesù
che gli uomini sono chiamati a prendere posizione. E non si tratta di prendere
una posizione dottrinale, di definire speculativamente l’identità di Gesù. Si
tratta piuttosto di compromettere se stessi con Gesù, d’impegnare la propria
vita nella missione di lui. La gente, i discepoli … quanto sono disposti a
legarsi a Gesù?, ».
v.
19: Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia; altri uno degli
antichi profeti che è risorto».
Sono tante le risposte delle folle.
Anche oggi se facessimo il giro di questa domanda avremmo tante risposte. Tutto
meno quello che Gesù è. Le risposte della gente che sono ricordate sono solo
risposte positive.
Tre sono le “voci” che corrono tra la
gente: la maggioranza lo considera una reincarnazione di Giovanni Battista;
altri Elia, che doveva precedere la venuta del Messia e agire con metodi molto
incisivi; altri ancora credono che sia uno dei profeti antichi redivivo.
Attenzione, nonostante aspettavano il
Messia/Re carismatico, di casta davidica, con forza e potere, con un esercito
agguerrito, nessuno dice che Gesù è il Messia. “Questa confusione è dovuta alla
confusione che i discepoli hanno nella loro testa. Accompagnano Gesù ma ancora
non hanno capito chi è e soprattutto qual è la sua missione e il suo destino”
(Alberto Maggi).
v.
20: Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?».
Ancora una domanda, sembra che la prima
risposta non soddisfi Gesù. Però ci sta un cambiamento, quasi (anche senza) dalla
teoria alla pratica: una domanda che coinvolge direttamente il gruppo dei
discepoli. La domanda esige una risposta chiara e sicura. Chi è Gesù per il
discepolo?
Ancora oggi la domanda è rivolta a noi
che abbiamo la grazia di vivere nella sua prossimità, di condividere tutti i
momenti del giorno. Gesù non pone esclusivamente questa domanda ai discepoli
singolarmente, ma la pone ai discepoli come chiesa. Il “voi” è ecclesiale e la
risposta a questa domanda fa la chiesa.
Pietro
rispose: «Il Cristo di Dio».
Pietro dà una risposta di fede: Gesù è
il Cristo di Dio, l’unto che il popolo di Israele attendeva. Egli definisce
Gesù il Messia consacrato da Dio, attraverso il quale Dio opera la salvezza. E
la risposta di Pietro è esatta, perché non può un discepolo ignorare la vera
identità del suo Maestro. Con essa, infatti, vuole esprimere la fede della
chiesa. Sempre più, nel momento in cui siamo chiamati alla fede, dobbiamo
considerare come nella fede di uno c’è la fede di tutti. Non siamo mai persone
la cui fede ha valenza strettamente personale. Ciascuno deve poter rispondere a
nome di tutti. Il rischio che corriamo è di vivere la fede in un modo molto
individualistico. Se viviamo la fede in modo individualistico, inevitabilmente
ne va anche del contenuto della nostra fede. Il Gesù della fede coincide sempre
più con il Gesù della croce.
La conoscenza di Pietro però è ancora
imperfetta. Il Cristo dovrà patire e morire per arrivare alla pienezza della
propria rivelazione.
v.
21: Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno.
Il versetto contiene quello “sgrido”
che abitualmente è rivolto agli indemoniati, che qui possiamo pure identificare
coi fanatici capaci di creare tumulti e falsità.
La risposta di Pietro (v. 20) non viene
dal Padre, come in Mt 16,17, ma dal demonio in quanto insegue il potere e la
conseguenza è sempre quella di non riferirla in quanto non veritiera.
Risposte come quelle di Pietro e di
ogni discepolo sono imperfette in quanto devono passare per l’esperienza
pasquale di un Creatore che ama fino al punto di lasciarsi uccidere dalla sua
creatura, ma questo si comprenderà l’indomani della resurrezione (cfr. At
2,14ss).  
Pietro e i suoi compagni non sono
ancora in grado di proclamare questa messianicità, fino a quando rimangono
estranei all’aspetto crocifisso del Messia e faranno fatica a capirlo finché
non verrà lo Spirito di verità.
Gesù vuole ora condurli a rinunziare
alle loro false concezioni su di lui presentandosi come Figlio di Dio e Figlio
dell’uomo (natura divina e natura umana).
v.
22: Il Figlio dell’uomo.
Con l’espressione “figlio dell’uomo”,
Gesù fa riferimento al personaggio di Dan 7,13-14 una figura angelica divenuta
poi titolo messianico, una figura legata al popolo di Dio. Infatti, il titolo
contiene un senso di solidarietà con l’umanità sofferente più che suscitare incitamenti
di guerra o tumulti in tutta la nazione.
Il Messia era considerato una figura
regale, bisogna introdurre un’altra figura che possa unire più facilmente i
segni della sofferenza e della gloria; un’altra immagine che non rischi di
essere fraintesa dalle idee della gente. Gesù qui rivela il mistero del
pensiero di Dio che l’uomo non può pensare né accettare. Gesù utilizza questo
titolo anche come rafforzativo di se stesso (l’antico significato sostituiva il
pronome personale «io» ) e afferma che colui che «deve soffrire molto» è
proprio Lui; presto sarà messo a morte nello svolgimento della sua missione di
giustizia (Is 49,4-9; 53,1-12).
deve
soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli
scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno.
Il “deve”,
messo davanti a quanto dovrà accadere, vuol dire “è necessario che”, cioè è una necessità in quanto rientra nel
disegno salvifico di Dio. Qui possiamo cogliere la presenza silenziosa di Dio
in una morte assurda, ignominiosa, infamante.
Gesù inizia a descrivere ciò che sarà
del vero Messia menzionando gli Organi ufficiali che lo metteranno a morte. Nell’elenco
figurano tutti i capi: «gli anziani», rappresentanti del potere civile, cioè i
politici; «i sommi sacerdoti», che ostentano il potere religioso supremo, i
massimi responsabili dell’istituzione del Tempio; «gli scribi», gli esperti
delle Scritture, gli unici interpreti dell’Antico Testamento riconosciuti dalla
società giudaica.
Qui non si tratta solo di discutere
teologicamente l’identità del Messia; si tratta di assumere esistenzialmente il
destino di Gesù come destino nostro. Il discepolo deve accettare che Gesù porti
la croce; ma deve a sua volta portare la croce con Gesù; deve rinnegare se
stesso e quindi smettere di porre se stesso al centro delle sue preoccupazioni;
deve assumere la sua croce ogni giorno se vuol seguire davvero il suo Signore.
Di fronte a questo volto così inaudito
e scandaloso per l’uomo, il discepolo deve compiere un cammino di conversione, un
nuovo modo di pensare in un lungo cammino di purificazione per essere nella
vita di sequela, anche lui, pietra di inciampo e venga accolta la rivelazione
del Messia crocifisso.
v.
23: poi, a tutti, diceva. Se qualcuno vuole venire dietro a me.
Il versetto non riguarda solo la
cerchia ristretta dei discepoli (i dodici) ma tutti. La sequela Christi è
indirizzata a tutti, non c’è una elite di qualcuno. Ci sono delle condizioni, si
possono presentare grandi ma sono per tutti, perché tutti in qualche modo
viviamo un falso dio colmo di pseudo valori.
“È un’esigenza dura, che ha
impressionato gli stessi discepoli e nel corso dei secoli ha trattenuto molti
uomini e donne dal seguire Cristo. Ma proprio questa radicalità ha anche
prodotto frutti mirabili di santità e di martirio, che confortano nel tempo il
cammino della Chiesa” (San Giovanni Paolo II).
rinneghi
se stesso
Gesù non permette che Pietro e tutti si
allontanino dalla propria missione, una difficile vocazione da assumere. Per
viverla bene, dice Gesù, devi essere un rinnegato, devi vivere da rinnegato perché
emerga il primato di Dio e dell’amore verso gli altri.
Rinnegarsi significa lasciar cadere i
propri sogni messianici e accettare il mistero di un Messia crocifisso. Questa
Parola suonerà sempre come scandalo, follia (cfr. 1Cor 1,22-25), però è la via
tracciata dal Padre per il suo Figlio. È la stessa che deve percorrere il
discepolo, deciso a porsi alla sua sequela.
Chi lo fa non abbandona i propri sogni,
ma li getta nei sogni di Dio per affermare con san Paolo: “Non sono più io che
vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20) e vive una pienezza di vita che solo
Gesù può dare.
prenda
la sua croce.
Prendere la croce era un atto dei
condannati. Per la prima volta, nel Vangelo, troviamo quest’invito a prendere
la croce. Colui che si fa discepolo non può farne a meno.
Il cristiano, non può sfuggire alla
necessità della croce. Non un fatto ornamentale ma un “habitus”, un modo di
dire, un’abitudine.
Gesù, dopo averci rivelato il suo
volto, rivela a noi il nostro. Dobbiamo accettare, come Gesù, quello che nella
vita è difficile da portare e da offrire. Non si tratta della semplice
mortificazione o rinuncia. Il cristiano non è Colui che ricerca la sofferenza
per se stessa, ma l’amore. Ora il “prendere la croce” diviene il segno
dell’amore e del dono totale (cfr. Gv 15,13). Portarla dietro a Cristo vuol
dire unirsi a Lui nell’offrire la prova massima dell’amore. In tutto il
Vangelo, ricordiamo il verbo amare è tradotto col verbo dare.
ogni
giorno e mi segua.
Però non basta prendere la croce una
volta (come un condannato) bisogna essere pronti a prenderla ogni giorno. L’evangelista
Luca coglie con chiarezza che il problema più grave per la vita del discepolo è
la perseveranza, la forza di portare il peso della fedeltà nel quotidiano,
senza lasciarsi sedurre dalle promesse del mondo o spaventare dalle sue
minacce.
Portare la croce ogni giorno equivale a
ritenersi meritevoli di morire, anche nella maniera più disonorevole. Il
seguace di Cristo si impegna in scelte radicali, e non solo con propositi
superficiali e di occasione; deve, in ciò che riguarda la salvezza,
condividere, come Cristo e con Lui, i pensieri e la volontà di Dio (cfr. Lc
22,42), rinunziando a se stesso e vincendo la tentazione di eludere gli uni e
minimizzare gli altri. Seguire Cristo come un servo che va dietro al suo
padrone.
v.
24: Chi vuole salvare la propria vita, la perderà.
Salvare la propria vita significa “morire”
alla vita terrena. Una necessità che si conosceva già prima di Gesù (Sap 3,
1-7).
Per il cristiano non esiste nessun
surrogato alla croce di Cristo. C’è da chiedersi: chi e cosa cerchiamo? Il
discepolo di Gesù cerca Lui. L’amore che Gesù nutre per il discepolo spinge lo
stesso verso di Lui, perché l’amore ha la propria vita nell’amato.
chi
perderà la propria vita per me, la salverà.

Perdere la propria vita per Gesù non è
una perdita ma un autentico guadagno. In realtà nessuno può evitare di perdere
la propria vita; nessuno è esonerato dal sacrificio. L’uomo può solo decidere
per che cosa è disposto a sacrificare se stesso.
Gesù mette in risalto la connessione
strettissima tra la sequela di lui e quello che poi fonda il servizio, cioè
perdere la nostra vita, prendere la croce.
Servire è condividere il peso della
vita, è condividere la croce dei fratelli. Il servizio è professione di fede:
serviamo perché crediamo. Il fondamento del servizio è la professione di fede.
La nostra salvezza si gioca nella
sequenza del lasciare per andare, del perdersi per ritrovarsi.
La
Parola illumina la vita
Ho il coraggio di fissare lo sguardo
sul volto autentico di Gesù?
Gesù chiede Gesù ai discepoli e ancora
una volta a noi, oggi: chi sono io per voi? cosa rappresento per la vostra
vita?
Nella vita di tutti i giorni, rinnego
me stesso per seguire Cristo?
Che cosa mi propongo concretamente di
fare per “prendere la croce” e seguire Gesù?
Che cosa significa per me “perdere
la vita” per gli altri?
Propongo il progetto dell’essere per
gli altri oppure mi chiudo a riccio?
Riconosco il valore salvifico della
vita donata per amore? Come reagisco di fronte alla “prova della
fede”?
Pregare
O Dio, tu sei il mio Dio,
dall’aurora io ti cerco,
ha sete di te l’anima mia,
desidera te la mia carne
in terra arida, assetata, senz’acqua.
Così nel santuario ti ho contemplato,
guardando la tua potenza e la tua
gloria.
Poiché il tuo amore vale più della
vita,
le mie labbra canteranno la tua lode.
Così ti benedirò per tutta la vita:
nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori,
con labbra gioiose ti loderà la mia
bocca.
Quando penso a te che sei stato il mio
aiuto,
esulto di gioia all’ombra delle tue
ali.
A te si stringe l’anima mia:
la tua destra mi sostiene. (Sal 62).
Contemplare-agire
Gli occhi del Crocifisso ti fissano
interrogandoti, interpellandoti. Vuoi stringere di nuovo con ogni serietà
l’alleanza con Lui? Quale sarà la tua risposta? “Signore, dove andare? Tu
solo hai parole di vita” (Edith Stein).

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