Questo capitolo riporta fondamentalmente il discorso di Cafarnao (Gv 6,22-59), preceduto dal duplice segno dei pani moltiplicati e della traversata del mare (Gv 6,1-21) e seguito dalla descrizione dell’opposta reazione dei discepoli al discorso sul pane celeste (Gv 6,60-71).
Il vangelo di Giovanni non ha l’istituzione dell’Eucaristia nel contesto dell’ultima cena; al posto dell’istituzione dell’Eucaristia Giovanni ha la lavanda dei piedi, mentre fa il discorso sull’Eucaristia qui, al cap. 6, immediatamente dopo la condivisione dei pani.
L’intento dell’autore è chiaro: Giovanni, essendo l’ultimo degli evangelisti, in ordine cronologico, aveva già intuito che nelle liturgie vi poteva essere una sorta di ritualismo o la tentazione di considerare le liturgie come un’azione magica. Giovanni vuole chiaramente opporsi alla “spiritualizzazione” dell’Eucaristia.
In questo brano Gesù si propone ‘pane vivo, disceso dal cielo’. L’allusione è forte e chiara alla manna di cui il Signore nutrì il popolo d’Israele nel deserto, durante il cammino verso la terra promessa. La manna era anche il segno inequivocabile dell’amore provvidente e fedele di Dio, che non abbandona il suo popolo, lo mantiene in vita e lo conduce verso una vita sempre più piena.
Meditare
Qui Gesù si esprime e si identifica nel segno del pane. Non solo, Egli afferma che è la sua stessa carne che deve essere mangiata perché possa comunicare la vita eterna. Nel versetto troviamo due aspetti: l’origine celeste e la dimensione salvifica. Una risposta chiara preparata da affermazioni precedenti (cfr. vv. 27.32.35.48).
e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo
In queste parole abbiamo un richiamo all’offerta sacrificale di Gesù sulla croce e quindi, poi, l’Eucaristia. Gesù divenne pane che dà la vita al mondo, agli uomini perché si è immolato sulla croce. Il pane è Gesù, ma il pane, qui, è Gesù sacrificato, glorificato e risorto. Gesù sottolinea una comunione con la sua morte salvifica per poter avere la vita eterna.
Nel linguaggio biblico la “carne” non è altro che la persona umana, vista però in tutta la sua limitatezza e fragilità. Gesù, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, è il Verbo fattosi carne (cfr. 1,14), e ora dà la sua carne in cibo all’umanità. In questa frase il verbo “dare” e la particella “per” (hyper, in favore di) richiamano il dono di sé che il Servo di JHWH fa per riportare il suo popolo a Dio (cfr. Is 53,10-11 nella traduzione dei LXX); di conseguenza, nel linguaggio della chiesa primitiva (cfr. Gal 1,4) e dello stesso Giovanni (cfr. Gv 3,16), questi termini indicano la morte di Gesù in croce, il cui scopo è quello di mettere la vita eterna a disposizione del mondo, cioè di tutta l’umanità.
Siamo davanti a un dramma di un pensiero che si blocca alla soglia del tangibile e non osa varcare il velo del mistero, non va oltre l’orizzonte.
Gesù non discute, afferma. E’ il tempo di dare giusta risposta. In questo versetto non si nominano le specie del pane e del vino, ma direttamente ciò che in esse è significato: carne da mangiare perché Cristo è presenza che nutre la vita e sangue da bere – azione sacrilega per i giudei – perché Cristo è agnello immolato. È evidente qui il carattere liturgico sacramentale: Gesù insiste sulla realtà della carne e del sangue riferendosi alla sua morte, perché nell’immolazione delle vittime sacrificali la carne veniva separata dal sangue.
se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita.
“Mangiare e bere” sono due azioni in movimento che esprimono e realizzano l’accoglienza, realizzano l’assimilazione. “Mangio e bevo”, vuole dire: accolgo dentro di me un nutrimento e una bevanda, e li assimilo, e diventano parte di me. Allo stesso modo, “la carne e il sangue di Gesù” contengono la vita, perché sono “sangue e carne per”, perché sono state trasformate da un amore oblativo. Facendo questo, accolgo dentro di me quella vita trasformata in amore, che è la vita del Signore; accolgo la forma del Signore dentro di me; assimilo la vita del Signore trasformata in amore; accolgo, mi lascio formare dentro secondo la forma della vita di Gesù.
In questi versetti vengono utilizzate “parole nuove” di difficile comprensione. Mangiare la carne e bere il sangue in ebraico letteralmente vuol significare “fare del male a un nemico”. Qui nasce la provocazione e l’incomprensione.
Gesù rivela una nuova Pasqua da vivere: la sua risurrezione (Gv 19,31-37), che trova nell’eucaristia il nuovo memoriale, simbolo di un Pane di vita che sostiene nel cammino del deserto della vita, sacrificio e presenza che sostiene il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, che non si stancherà di fare memoria come Lui ha detto (Lc 22,19; 1Cor 11,24), offrendo l’eucaristia della propria corporeità: sacrificio vivente, santo e gradito in un culto spirituale (Rm 12,1) che si addice al popolo di sua conquista, stirpe eletta, sacerdozio regale (cfr. 1Pt 2,9).
Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Il testo greco riporta alethes = vero , verace; questo aggettivo è diverso da alethinos; il quale (specialmente con l’articolo) indica il solo vero, il solo degno di questo nome. L’evangelista sottolinea vigorosamente, con tutti i mezzi a sua disposizione, che si tratta di cibo vero, non immaginario!
L’alimento della carne e del sangue di Cristo nutre veramente e in modo perfetto e definitivo, perché è fonte di risurrezione e di vita eterna.
Il “veramente” riprende il v. 35: chi ascolta il Pane della Parola disceso dal cielo e lo accetta nella fede, non avrà più fame né sete.
Quest’affermazione di Gesù vuol dire che cibarsi dell’Eucaristia significa vivere il quotidiano profondamente uniti a Gesù, in una pienezza di vita dovuta al fatto che datore della vita è il Padre e Gesù, mandato dal Padre, si riceve da lui e vive continuamente di lui. Allo stesso modo chi si nutre di Gesù Eucaristia vive lui, vive e opera in funzione di lui.
Quello che l’Antico Testamento esprime con la formula dell’alleanza, Giovanni lo esprime nelle parole del mangiare e bere per dimorare con una formula di immanenza: “io in voi, voi in me”; “chi mangia la mia carne rimane in me e io in lui”. È una formula che ha qualche cosa di profondamente legato all’alleanza, ma che va più in profondità: non solo uno per l’altro, ma uno nell’altro.
Gesù spiega una “inabitazione” reciproca, c’è una vita comune, un’esistenza comune. C’è un’unica vita tra tutte e due. Queste sono realtà. Non sono però realtà che possono cadere sotto i nostri sensi, quindi non possiamo spiegarle come spieghiamo le cose del mondo. È una dimora reciproca: implica una stessa vita che scorre nell’esistenza di noi e di Lui, Se beviamo e mangiamo, abbiamo la stessa vita.
“Vivrà per me” non significa solo per la gloria del Figlio e quindi del Padre nello Spirito Santo. Vuol dire anche: vivrà a causa della mia divina potenza capace di trasformare la sua vita. “L’anima eucaristica non solo vive di Gesù Eucaristia, giornalmente alla sacra mensa, ma si studia di mantenere il suo pensiero e il suo affetto dinanzi al trono eucaristico: sempre! Ha anche cura di trasfondere le virtù dell’Ostia santa in tutti i suoi atti” (Beata Maria Candida dell’Eucaristia).
v. 57: Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Con queste parole Gesù, riprendendo espressioni già usate precedentemente (cfr. vv. 31-33. 49-50), conclude e conferma di essere lui il pane disceso dal cielo, perché, diversamente dalla manna, dà una vita che dura eternamente.
Gesù qui mette il dito sulla piaga circa il fallimento dell’Esodo. La sua persona, donata sulla croce per la salvezza di tutta l’umanità e rappresentata nei segni eucaristici del pane e del vino, è dunque il nutrimento dei tempi escatologici, dal quale scaturisce la vita piena nella comunione con il Padre.
Lo scopo di questo nuovo dono di Dio è che l’uomo non muoia. Dio fa questo dono perché l’uomo ne mangi per non morire. Dovremmo chiederci se noi mangiamo l’Eucaristia per non morire, o, anche, se nel nostro spirito è chiaro, con l’atto della fede, che io mangio per non morire, per avere la vita eterna. Perché è decisivo, per la vita eterna, che io mangi con fede.
Chi mangia questo pane vivrà in eterno
Preferisco essere nella morte o nella vita eterna?
Verifico la mia Eucarestia in riferimento a Cristo?