Lectio divina su Gv 1,1-18



Invocare
Padre di eterna gloria, che nel tuo unico Figlio ci hai scelti e amati prima della creazione del mondo e in lui, sapienza incarnata, sei venuto a piantare in mezzo a noi la tua tenda, illuminaci con il tuo Spirito, perché accogliendo il mistero del tuo amore, pregustiamo la gioia che ci attende, come figli ed eredi del regno. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Leggere
1 In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. 2 Egli era, in principio, presso Dio: 3 tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. 4 In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; 5 la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. 6 Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. 7 Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. 8 Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. 9 Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. 10 Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. 11 Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. 12 A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, 13 i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. 14 E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. 15 Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». 16 Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. 17 Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. 18 Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Silenzio meditativo: Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi

Capire
Il Quarto Vangelo si apre con questo straordinario brano poetico, definito un inno alla Parola di Dio che si rivela e opera nel mondo. È una sintesi meditativa di tutto il mistero del natale, perché il bambino di Betlemme è la rivelazione di Dio, la verità di Dio e dell’uomo, e riflettendo su questo evento siamo in grado di capire chi è colui che nato e chi siamo noi.
Il prologo di Giovanni è diverso dagli altri prologhi del N.T. (Lc 1,1-4; Mc 1,1-13; At 1,1-2) per il suo carattere innico-teologico. Si pensa che il redattore del quarto Vangelo abbia utilizzato un preesistente inno cristologico al Lògos incarnato. Proprie dell’evangelista sarebbero le aggiunte. Questi adattamenti appaiono evidenti nei vv. 6-8 e 15, che preannunciano il ruolo storico-teologico di Giovanni Battista, e nei vv. 12c-13, che sviluppano con terminologia tipica del redattore il v. 12ab.
Il prologo ha una struttura chiasmatica (struttura a croce) attraverso la quale, con un movimento parabolico, viene descritta la missione teologica del Lògos incarnato. Una sintesi di questo movimento di pensiero del prologo possiamo trovarlo in Gv 16,28: “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio il mondo e vado al Padre”; e ancora prima in Is 55,10-11.
I primi tredici versetti, che costituiscono la prima parte dell’inno, ci presentano il Verbo dalla sua origine: siamo nell’ambito della relazione tra le Persone Divine. La Parola di Dio, ad un certo momento, entra in contatto col mondo, con l’umanità, e cioè con noi, incarnandosi. Tale evento viene cantato in una irruzione di gioia al versetto 14, in cui comincia la seconda parte del Prologo (vv. 14-18). Tuttavia questo dono di Dio, totalmente gratuito, molti non lo vedono o lo rifiutano. Ci sono però anche coloro che se ne accorgono e lo accettano. Per mezzo dell’accoglienza del Verbo è possibile diventare figli di Dio: la «buona novella» della figliolanza divina si trova proprio al centro dell’inno (vv. 12-13).

Meditare
v. 1: In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Il vangelo di Giovanni inizia col dire “in principio” (en archè): in qualche modo ci riporta all’AT dove i temi di creazione, di luce e tenebre sono ripresi dalla Genesi (1,1). Questo “principio” si riferisce piuttosto al periodo prima della creazione ed è una designazione, più qualitativa che temporale della sfera di Dio.
All’evangelista Giovanni preme mettere in evidenza la rivelazione di Dio confrontandola con la Sapienza presente nella Torah.
Nelle parole “era il Verbo”, troviamo l’affermazione di un’esistenza che precede questo inizio. San Tommaso spiega nella Summa Teologica che si vuole esprimere metaforicamente la verità che il Verbo è Dio. 
Giovanni si collega alle tradizioni bibliche: Cristo è la Parola definitiva e la manifestazione perfetta della Sapienza. La definizione di Verbo per la persona di Gesù è specifica degli scritti giovannei che la contengono sia in forma assoluta (Gv 1, 1.14) sia con delle specificazioni (Verbo della vita in 1Gv, 1, 1 e Verbo di Dio in Ap 19,13). Giovanni riformula l’identità del Verbo alla luce di categorie veterotestamentarie.
Il termine “Verbo” è la “Parola”. Nell’ambiente greco, il termine indica quella parola che porta un senso. nell’ambiente ebraico viene tradotto con “Dabar”, termine che riconduce a Dio; essa rivela l’essenza stessa di Dio. 
v. 2: Egli era in principio presso Dio.
Qui riprende il versetto precedente ponendo l’attenzione del lettore verso Dio e la creazione. 
La preposizione greca pròs esprime l’idea di relazione e viene usata per indicare l’esistenza del Logos in relazione a Dio. In queste pochissime parole Giovanni descrive un accenno al mistero della relazione Padre-Figlio, nell’unicità di Dio. 
Giovanni ripetendo che il «Verbo era presso Dio» sembra voler sottolineare che l’atteggiamento fondamentale del Verbo, il suo essere verso Dio, dovrà servire da modello rispetto a tutto ciò che nascerà mediante la «Parola».
v. 3: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
Anche qui viene messo in risalto una relazione, ma con il mondo. Già l’AT collegava la creazione del mondo alla Parola di Dio o alla sapienza divina. Tutta l’attività creatrice è opera del Padre e del Figlio.
L’evangelista afferma che tutto avviene per mezzo del Verbo, l’evangelista vuole dire anche che tutto mediante il Verbo prende senso.
Le parole greche “senza di Lui” possono avere il senso “al di fuori di Lui”. L’idea è analoga a quella riportata in Gv 15,5: “senza di me non potete fare nulla”
Ciò che in seguito si dice in riferimento alla salvezza, qui si afferma in relazione alla stessa esistenza. Attraverso quest’espressione negativa viene rafforzato il pensiero precedente. Il mondo sia fisico che umano riflette Dio Padre in quanto è fatto secondo il Figlio di Dio incarnato, che è appunto l’immagine di Dio. Pensiamo all’armonia, alla bellezza.
v. 4: In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini.
In questo versetto viene descritta la relazione tra Lògos e umanità in quanto l’opera del Verbo viene ora caratterizzata dal dono della vita.
Possiamo tradurre questo versetto così: Ciò che aveva avuto origine in lui (nel Verbo) era vita. Gesù stesso viene identificato dall’evangelista con vita e vita eterna.
Gesù non è solo vita ma anche luce. Nell’ambiente ebraico, l’uso del termine “luce” era uno dei modi consueti per designare la Legge di Mosè. La legge come luce è norma che guida la condotta dell’uomo (cfr Sal 119,105; Sap 8,4; Nm 6,25).  
Il Verbo, entrando in rapporto con gli uomini, manifesta ciò che egli è per essi, cioè la luce, di conseguenza, risplende come luce di vita. Grazie al Verbo gli uomini vedono la luce che li guida alla pienezza della vita. 
L’evangelista anticipa in questo versetto le parole di Gesù: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (8,12).
v. 5: La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno vinta.
Tutta la frase è uno sguardo complessivo sull’opera del Verbo e dei suoi avversari. Giovanni medita sulla luce che è il Verbo nella sua funzione d’illuminare tutta l’umanità che giace nelle tenebre.
Con il termine “tenebra” s’intende anzitutto tutto ciò che è lontano da Dio, cioè non ancora illuminato dalla luce divina. Una traduzione di “tenebra”, in linguaggio esistenziale, potrebbe essere il disorientamento interiore, cioè quando si è confusi e non si sa dove e come andare. Giovanni con queste poche parole, ci consegna un messaggio fondamentale: il non riconoscere Gesù fatto uomo fra noi, come senso ultimo della realtà, che dà valore ad ogni cosa è a tutti gli effetti un essere nelle tenebre, senza alcun punto di riferimento.
In questo versetto, abbiamo due poli antitetici: luce-vita e tenebra-morte. L’opera di Dio in Gesù darà all’uomo la possibilità di uscire dalla tenebra in cui si trova e di passare alla zona della luce-vita. La luce è l’ambito dell’amore di Dio; e chi vi entra riceve il dono di questo amore (1,16).
Malgrado i suoi sforzi, la tenebra non è riuscita a estinguere la luce, che, nel Vangelo di Giovanni si identifica con Gesù: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12a); è lui l’alternativa alla tenebra: “chi segue me non cammina nelle tenebre” (Gv 8,12b).
vv. 6-8: Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
La persona del Battista entra in scena. Letteralmente “ci fu”. L’espressione non è uguale a quello riferito alla creazione. Qui abbiamo la creatura.
Presentare la figura storica di Giovanni subito prima dell’attività pubblica di Gesù è usuale nella predicazione primitiva. Qui si parla di Lui come uno che ha ricevuto una missione profetica. L’evangelista fa di questo personaggio il primo grande “testimone” di Gesù-luce.
Tra il Battista e Gesù, l’Evangelista pone una differenza radicale che separa “colui che era fin dal principio, rivolto verso Dio” da quest’uomo, che è venuto da parte di Dio per essere testimone della Luce.
Nell’antichità la testimonianza era un gesto con il quale ci si poneva come difensori e garanti di una causa, totalmente disponibile a subire le conseguenze di una presa di posizione.
Giovanni rende solo testimonianza alla luce davanti alle autorità giudaiche (1,19-34), davanti al popolo d’Israele (1, 31-34) e davanti ai propri discepoli (1,35-37). L’ultima volta che Giovanni è menzionato nel vangelo, è quando viene elogiato per essere stato un testimone fedele: “tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero” (10,41).
L’evangelista stima così tanto il Battista che parla di lui come l’intermediario autorizzato fra il Verbo e l’umanità. 
Giovanni Battista deve testimoniare che colui che Israele attendeva era presente. Giovanni sa che Costui gli è superiore in dignità (1, 27).
Giovanni diventa «figura» di tutti i testimoni che nel corso della storia hanno ricevuto la missione di testimoniare nel mondo la presenza della luce divina: la sua figura e il suo messaggio assumono una portata universale.
v. 9: Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
Qui inizia un nuovo quadro della storia di Dio che si comunica, attraverso la rivelazione del Verbo, nella concretezza dell’incontro fra il Verbo-Luce e gli uomini. 
L’aggettivo “vero” tornerà spesso nel vangelo: vero pane (6,32), vera bevanda (6,55), vera vita (15,1). Nell’uso ebraico, “vero” caratterizza in primo luogo l’ordine divino (cfr. 7,28; 17,3), che viene contraddistinto dall’illusione e dalla fallacia dell’ordine dell’uomo peccatore (cfr. Rm 3,4). Così Giovanni afferma che soltanto nella rivelazione avvenuta in Gesù, attraverso la sua Parola e il suo operare, viene data a tutti gli uomini l’autentica comprensione della loro esistenza. 
Il Verbo è qui qualificato come «luce vera». La posizione del Verbo è precisata non solo nei confronti di Giovanni, che era soltanto il testimone della luce, ma anche nei confronti di tutte le false luci che sarebbero apparse nel mondo: esse non sono altro che ingannevoli idoli, mentre solo il Dio vivente è veritiero.
La Parola di Dio «illumina ogni uomo»: con questa espressione Giovanni si riferisce a ciascuno uomo nella sua singolarità: il Verbo viene incontro a ciascun uomo nello scorrere del tempo.
v. 10: Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. 
“Mondo”, cioé “kosmos” un termine molto importante; per tre volte viene ripetuto ma con sfumature diverse. Inizialmente Giovanni parla del mondo nel senso di universo creato da Dio, come era nel pensiero dei greci. Nella citazione successiva il termine allude non solo all’universo fisico, ma include il mondo umano. In questi due riferimenti il mondo è usato in un senso decisamente positivo. Nel terzo riferimento si parla del mondo umano con un contenuto negativo, in quanto si allude al mondo sottomesso al potere delle tenebre e ostile alla missione e all’opera salvifica di Cristo.
In pratica ogni singolo uomo è posto nella condizione di accettare o meno la luce. L’accoglienza della luce, mediante la fede, porta la vita divina e la salvezza. Il mondo diventa peccatore soltanto dal momento in cui rifiuta la rivelazione di Cristo e non riconosce la gratuità del dono di Dio. Non viene data nessuna giustificazione del rifiuto di questa luce: c’è solo la costatazione del suo rigetto. L’affermazione del fallimento dell’incontro fra il Verbo e gli uomini non contraddice ciò che è stato dichiarato precedentemente, cioè che le tenebre non hanno arrestato la luce: all’evangelista interessa sottolineare il paradosso del rifiuto che la creatura oppone al suo Creatore.
v. 11: Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto.
La TOB traduce: È venuto nella sua proprietà, in casa propria. Il versetto vuole precisare ulteriormente la natura del rifiuto opposto al Verbo.
Qui ci sta il richiamo della presenza del Verbo nel mondo che egli ha creato. Il Verbo è venuto nella “sua proprietà”. Il termine sottolinea una relazione speciale fra due individui o fra una persona e un gruppo. Possiamo richiamare alla mente le allusioni di Gesù circa la relazione che unisce il pastore alle sue pecore, per indicare il rapporto generato tra Lui stesso e i suoi discepoli. Dopo aver accennato al “mondo” in generale, Giovanni sembra che qui voglia ricordare il comportamento speciale di Dio verso il suo popolo eletto, particolarmente infedele.
v. 12: A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome.
Diventare figli di Dio è dono di Dio. È riferito agli uomini che hanno riconosciuto nel Verbo il principio della loro esistenza e il senso della loro storia, lasciandosi illuminare da lui.
L’espressione “a quelli che credono nel suo nome”, è presa dall’AT e si riferisce a Dio. Viene applicato a Gesù Cristo nel Nuovo Testamento.
Altri termini completano questo dono di Dio. “Ha dato”: si tratta di un dono del Verbo all’uomo. “Potere”: il potere che dona a coloro che credono evidentemente non può trattarsi di una facoltà autonoma, come se il credente divenisse capace di procurarsi da sé lo stato di figlio di Dio. Possiamo sottolineare la dignità che comporta il divenire figli di Dio.
Nell’AT l’espressione “figli di Dio” è usata normalmente al singolare. Inizialmente veniva applicata esclusivamente al re oppure a Israele, in quanto popolo eletto, per indicare il legame particolare di protezione e di benevolenza che unisce a Dio chi è designato come suo “figlio”. In questo passo i figli di Dio sono tutti gli uomini che credono in Dio, Israeliti o no.
In questa frase di Giovanni “diventare figli di Dio” è contenuto un principio che dominerà tutto il Vangelo: Dio non si sostituisce all’uomo, ma lo abilita a sviluppare la propria attività. Lo abilita facendo si che nasca di nuovo (1,3; 3,3) per la comunicazione del suo Spirito (cfr Gv 3,5ss), dandogli così una qualità di vita che potenzia il suo essere e gli permette di svilupparlo fino a realizzare in sé il progetto creatore.
v. 13: i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
L’uomo non diviene figlio di Dio con la procreazione carnale, come ci ricordano le parole del Battista: “da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo” (Lc 3,8). E non avviene neppure in forza di un «volere della carne», cioè in forza del desiderio che ha la creatura mortale di sopravvivere alla morte attraverso la propria discendenza.
Possiamo pensare che c’è coincidenza tra l’azione dell’uomo che accoglie il Verbo e quella di Dio che genera. Queste due azioni formano una cosa sola, nella diversità dei rispettivi ruoli. È importante tenere presente il passo precedente dove si diceva che il Verbo illumina ogni uomo. Infatti, nella misura in cui viene accolta, produce la filiazione divina. Ora, la figliolanza divina è opera esclusiva di Dio. Attraverso le espressioni seguenti il ritmo dell’inno si costruisce in un crescendo. Con la triplice contrapposizione si vuole esaltare la grandiosità del fatto di nascere da Dio.
v. 14: E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi.
La parola “carne” (sàrx) definisce l’uomo nella sua condizione di debolezza e di destino mortale. È intenzionalmente evidenziato il contrasto tra Lògos, nella sua condizione divina e la sàrx, nella sua condizione umana.
Colui che esisteva da tutta l’eternità è entrato nel tempo e nella storia umana. Questo è il mistero dell’Incarnazione per cui la Parola eterna assunse la nostra identica natura umana, divenendo in tutto simile a noi, fatta eccezione per il peccato (Eb 4,15). Questa è una delle affermazioni più incisive di tutto il vangelo.
Viene affermato “Si fece” e non divenne, perché non avvenne una trasformazione, ma, rimanendo il Lògos che era, cominciò a vivere nella sua nuova condizione debole e temporale. Il progetto divino si è realizzato in una esistenza umana; la pienezza della vita splende in un uomo, è visibile, accessibile, palpabile (cfr 1 Gv 1,1-3).  
Per esprimere questo mistero, Giovanni ha deliberatamente scelto l’immagine biblica della tenda: “Ha posto la sua tenda in mezzo a noi”. Il Lògos si accampò, alzò la sua tenda. Il vocabolo evoca la tenda (skenè) del deserto (Es 25,8-9) costruita perché Dio potesse “abitare in mezzo a loro”. 
In Gv 2,18-22 si dirà del tempio di pietra di Sion sostituito dalla “carne” di Gesù, cioè dalla sua corporeità e dalla sua esistenza storica che condivide con noi. 
La tenda richiama anche il tema della Sapienza (cfr. Sir 24,8). La “carne” del Lògos è indicata come il nuovo Tabernacolo, quello della Nuova Alleanza. In Ap 21,35 anche la situazione finale è descritta con espressioni simili: “Dio abiterà (si accamperà) nella nuova Gerusalemme”. 
abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. 
La frase è una traduzione diretta di Es 34,6, dove Dio proclama come suoi tali attributi, che servono da base all’Alleanza.
A partire dal versetto 14 la parola “Verbo” sparisce dal Vangelo. Ora che Giovanni ha definitivamente raggiunto il punto culminante della sua introduzione parlando della Parola divenuta carne, non la chiama più la Parola ma Gesù: il Vangelo è una testimonianza non alla Parola eterna ma alla Parola fatta carne, Gesù Cristo, il Figlio di Dio.
v. 15: Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me».
Questo versetto riprende la testimonianza di Giovanni Battista, la cui missione nei confronti della luce è stata descritta nella prima parte del prologo. Adesso la sua testimonianza viene proclamata.
Inoltre, si ribadisce il primato di Cristo che è “prima” di lui, anche se venuto cronologicamente “dopo” di lui nella storia umana. Si esalta poi la missione del Figlio di Dio presso l’umanità. Egli offre all’uomo soprattutto “la grazia e la verità”. La missione della Parola nel mondo fu precisamente quella di porre gli uomini in grado di divenire figli di Dio, partecipi cioè della vita divina.
vv. 16-17: Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia.
Tutti noi partecipiamo alla pienezza di grazia, propria dell’Unigenito di Dio. “Noi tutti”: non si vuole escludere nessuno. Questa è un’affermazione giubilante di tutti quelli che hanno creduto in Cristo e perciò hanno la capacità di crescere nella loro realtà di figli di Dio.
“Grazia su grazia”. (Charis antì charitos): tradotto anche: “Amore in luogo di amore”; questa idea di sostituzione, come è stata sostenuta dai Padri greci, significa implicitamente la hesed di una nuova alleanza in luogo della hesed del Sinai.
Il v. 17 sembra convalidarlo. Indica un’esperienza vissuta e cioè la capacità di ricevere dalla sovrabbondanza di Dio benevolenza-amore. Si vuole sottolineare non tanto un succedersi nel tempo cioè “grazia dopo grazia” quanto piuttosto un aumento in intensità: si tratterebbe di un accumulo di grazie, che rivela la continuità dell’azione di Dio nella storia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. 
Il versetto, mette a confronto l’azione di Mosè e quella di Gesù in ordine alla salvezza. Anche se l’evangelista non si oppone alla legge, tuttavia sottolinea un certo contrasto. La legge da una parte e la grazia e la verità dall’altra sono doni e, poiché il Lògos è da sempre presente nel mondo, tutto ci è venuto da Lui.
La “Legge”, come parte integrante dell’alleanza, è tutto il complesso di istruzioni che Dio ha consegnato al suo popolo nell’Antico Testamento. La Legge si capisce come una benedizione di Dio: una guida per la vita e l’indicazione di una via. La grazia e la verità vengono abbinate come dono proprio dell’unigenito del Padre, Gesù Cristo stesso, fondatore della nuova alleanza, rivelazione del Padre.
Mosè e Gesù Cristo sono posti in parallelo: al dono della legge corrisponde il dono della verità in Gesù Cristo. Questa verità supera la legge, che è soltanto una sua manifestazione incompleta. Per Giovanni la Legge è già un dono di Dio, una grazia che si espande al mondo intero, tuttavia egli sottolinea la profondità della verità rivelata da Cristo: “in” e “mediante” Gesù Cristo, Figlio unico, Dio si rivela come Padre.
v. 18: Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.
Anche nell’AT troviamo il desiderio di vedere Dio faccia a faccia, ma, salvo eccezioni, quest’aspirazione deve attendere il cielo per potersi realizzare. Giovanni evidenzia che Cristo permette di superare l’impossibilità di vedere Dio.
Il mediatore di questo accesso alla gloria è Gesù Cristo, il Figlio Unigenito. “Unigenito” non soltanto per sottolineare che Gesù è lo stesso Figlio unico di Dio, ma anche che è lo stesso Verbo incarnato (1,1). Giovanni aggiunge che l’Unigenito è lui stesso «Dio»: Dio solo può parlare di Dio, in quanto “nel seno del Padre”. L’espressione sottolinea non solo la tenerezza e l’intimità dell’amore tra il Padre e il Figlio, ma anche la finalità del rapporto: «il Figlio unico è rivolto verso il cuore del Padre». Possiamo notare che, come nel v. 14, il termine Dio viene sostituito da quello di Padre.
Soltanto il Figlio unigenito, che condivide senza limiti la vita del Padre, può condurre gli uomini alla conoscenza e alla vita. Con tutto ciò che è, che fa e che dice, Gesù sarà il rivelatore e l’espressione di Dio e si rivolgerà ai discepoli dicendo: Il Padre mio e il Padre vostro, il Dio mio e il Dio vostro (20,17).

La Parola illumina la vita
La Parola ci invita a scurtare, scavare dentro il mistero per mettersi sempre meglio in relazione con Dio. E’ importante tenere sempre presente sempre ciò che il Signore ci fa conoscere attraverso il Vangelo e la Sacra scrittura. Riconoscere in Gesù la piena manifestazione dell’amore del Padre e ringraziarlo per quanto ci dona.
Dio ha piantato la sua tenda in mezzo a noi. Lui vive tra ne nostre case. Anche nel nostro cuore?
Usciamo dai nostri “nascondigli” per lasciarci illuminare dalla Luce del suo Natale per poter rinascere da Dio e, diventare figli nel Figlio, vivere ogni giorno il Natale?


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Pregare
Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.


Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce.


Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi. (Sal 147).

Contemplare-agire
Nel silenzio del cuore incontra il Signore. Ripeti spesso e vivi questa Parola: il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.


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