Invocare
1 Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: 2 si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaele di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli. 3 Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla.
Questo capitolo, si presenta come un’aggiunta, una seconda stesura fatta dalla comunità giovannea, per non perdere alcuni elementi della tradizione dell’Evangelista.
Nel vangelo, ci viene presentato Gesù risorto presente in mezzo ai discepoli nel contesto di risurrezione.
Il termine “manifestò” viene usato da Giovanni 9 volte ed è applicata 3 volte agli incontri con il Risorto e tutte in questo racconto. Il termine tradotto dal greco significa “rendere chiaro”. Suggerisce un uscire dall’oscurità per venire alla luce. Giovanni qui non fa altro che attirare l’attenzione su un evento grande che sta per compiersi.
Nel brano questo passaggio lo si nota anche dalla dimensione temporale: dalla notte si passa all’alba dal buio, con la presenza di Gesù, si arriva alla luce, alla comprensione della verità nell’ascolto della sua Parola e nei segni sacramentali.
Questo sarà d’ora innanzi il suo modo di essere con i suoi discepoli.
I discepoli, vengono caratterizzati dallo stare insieme in quel luogo dove, abitualmente, lavoravano e dove erano stati chiamati la prima volta (cfr. Mt 4, 18-22). Gesù del resto li chiamò perché stessero con lui. Li chiamò dal luogo della sua preghiera, attirandoli a sé e introducendoli nel segreto della sua comunione con il Padre. Li chiamò perché stessero con lui e per mandarli con la sua stessa potenza ad annunciare il vangelo del Regno (cfr. Mc 3,13-15).
Nella tradizione il secondo di questi fratelli è stato identificato con il compagno anonimo di Andrea (Gv 1,35-40) “l’altro discepolo”, quello che Gesù amava, autore del quarto Vangelo.
v. 5: “non avete nulla da mangiare?”. Letteralmente il termine usato è “companatico” (prosphagion). Gesù non chiede il pane, perché è lui il pane vero, chiede il companatico da aggiungere a questo pane: la risposta al suo amore, che solo noi possiamo dare. La sterilità fa dire ancora una volta un secco «no», pieno di delusione.
Quante volte, nonostante il nostro darci da fare con perizia e impegno, brancoliamo nella notte e non peschiamo nulla (cfr. Lc 5,5). Se la missione è senza frutto, significa che non siamo uniti a Lui, che non ascoltiamo la sua parola.
Pietro, se prima entrò nel sepolcro (20,6), adesso si butta nel mare. Gettarsi in acqua e risalire, nudità e veste sono allusioni al battesimo. Si riveste di Cristo.
L’obbedienza alla Parola che li ha raggiunti viene ricompensata da una pesca assolutamente mirabile, la rete si gonfia spropositatamente di pesci. I discepoli così, sperimentando una realtà nuova, e cioè che non sono loro a procurarsi da vivere, ma che possono soltanto accogliere una parola donata portatrice di vita e di fecondità.
v. 9: “videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane”. In questo versetto viene evidenziato il fuoco, il pesce e il pane. Sant’Agostino commenta così: «Il pesce vive in un ambiente diverso da quello degli uomini che morirebbero se vi si introducessero. Il pesce deve uscire dal suo ambiente, entrare in quello degli uomini (l’aria), morire, essere cotto al fuoco per diventare cibo buono e salutare. Così il Cristo, che abita la luce inaccessibile che farebbe morire all’istante una creatura umana che vi si avvicinasse, per divenire cibo della vita = salvezza per gli uomini si fa carne (Gv 1,14) entra nella storia degli uomini e muore affrontando il Fuoco dello Spirito» (S. Agostino, Sermo 227).
v. 10: “Portate dei pesci che avete preso ora”. Questo portare il pesce, non è una semplice condivisione del cibo, ma di unire l’unico cibo con il Cibo per eccellenza. Il “pesce”, cioè quello che evidenzia l’evangelista, sono le persone, quelli che il Signore stesso vuole salvare, anche attraverso la pesca. E’ il banchetto della vita, dove la stessa vita si raccoglie nel suo amore per far festa. Questa festa richiama a un spendere la propria vita, le proprie forze, per essere consiglieri di salvezza.
v. 11: “Pietro salì nella barca”. Pietro inizia la sua missione nella nuova barca: la Chiesa. Ora Simone diventa Pietro, la roccia. Per questo lui solo è pronto a farlo nonostante l’invito fosse rivolto a tutti. Questo versetto è caratterizzato da una grande simbolica, che fa fare il passaggio dalla infruttuosità a “portare frutto duraturo”.
A differenza della pesca miracolosa di Lc 5,6, qui la rete non si strappa, rimane intatta. E’ l’immagine della Chiesa Pietro da solo prende 153 grossi pesci dall’unica barca. Molte interpretazioni su questo numero, una cosa rimane certa: in quel numero è racchiuso una totalità e una perfezione. Inoltre, sta a simboleggiare l’elevato numero di discepoli che si va formando presso tutti i popoli (cfr. At 2,9-11; Mt 4,19; Mc 1,17; Lc 5,10).
“nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?»”. È evidente che il riconoscimento di Gesù viene dalla comunione con lui, dal mangiare e vivere di lui. Il Risorto viene a noi nell’eucaristia attende solo di essere accolto. E’ l’incontro con il Risorto e non con il rimprovero: è il momento dello stare insieme, di condividere il pane, sul posto di lavoro, quello di una vita che si ripete ogni giorno con i suoi ritmi, le sue delusioni e le sue speranze. Ci vuole però attenzione nel riconoscerlo nei piccoli segni della vita. Il vangelo indica solo questo: “Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce”.
“Pasci”. Viene usato l’imperativo presente; in greco bóskō che significa condurre al pascolo, alimentare. Questo verbo indica la cura con cui il pastore sceglie il nutrimento delle pecore. Gli “agnelli” di cui si parla, usandone un diminutivo, sono i piccoli del gregge, per ì quali la scelta deve essere più accorta.
“Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”; è la triplice risposta di Pietro, al quale Gesù affida il compito di condurre e confermare i fratelli nella fede.
Da quel momento, sarà il Pescatore di uomini, e coloro che, nel tempo, gli succederanno, a guidare il nuovo popolo di Dio, che è la Chiesa, quella mistica rete stracolma di pesci che, tuttavia, non si rompe per il carico che porta.
Pietro, per dare la vita per Gesù, deve “tendere le mani” ed essere condotto a morire accanto a Gesù, come i due malfattori. Solo in questo capovolgimento si raddrizzerà. Allora si compirà il suo battesimo, iniziato nel suo buttarsi in mare cinto della veste (cfr. v. 7). Crocifisso con Cristo (cfr. Rm 6,6), deporrà definitivamente l’uomo vecchio e rivestirà l’uomo nuovo: diventerà come il Pastore bello che sa dare la vita (10,11). Così gli sarà veramente amico (15,13).
Come Filippo all’inizio (1,43), ora anche Pietro è chiamato dal Signore a seguirlo. Pietro non è il pastore da seguire, ma l’agnello che segue l’Agnello, fino al martirio. Con la sua testimonianza offrirà ai fratelli il cibo di cui lui stesso si è nutrito.
Seguire Gesù è un’espressione che dice in sintesi tutta la vita cristiana: si segue chi si ama, per essere con lui e come lui fino alla morte (cfr. 13,36).
Alcune domande per la riflessione personale e il confronto:
Il mio essere cristiano mi permette di affidarmi a Cristo quando sono nella “notte” e di risvegliarmi al mattino nella “serenità” di aver capito quale strada intraprendere?
Ho il coraggio di fidarmi di Lui, finalmente, o voglio continuare a fare di testa mia, a prendere le mie misure? La mia rete, voglio gettarla a Lui?
Ci sono occasioni in cui posso dare testimonianza credibile dell’amore che Dio ha manifestato per me in Cristo Gesù? Come le valorizzo?
Gesù ci dice: “Senza di me non potete fare nulla”. Quando porto ai fratelli la Parola porto il Vangelo di Cristo o il mio vangelo?
Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato,
non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me.
Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi,
mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.
Cantate inni al Signore, o suoi fedeli,
della sua santità celebrate il ricordo,
perché la sua collera dura un istante,
la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera ospite è il pianto
e al mattino la gioia.
Ascolta, Signore, abbi pietà di me,
Signore, vieni in mio aiuto!
Hai mutato il mio lamento in danza,
Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre.