21 Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì 22 e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».
La redazione degli evangelisti tende a presentare il battesimo di Gesù come il battesimo del «nuovo popolo di Dio», il battesimo della Chiesa. Infatti, da questo pensiero, si trova sempre l’occasione per riflettere sul battesimo.
Nel vangelo, Luca pone in parallelo il battesimo di Giovanni e il battesimo di Gesù perché appaia chiaramente la continuità che li lega e nello stesso tempo la distanza che li distingue. Uno è il battesimo “con acqua” amministrato dal precursore; l’altro è il battesimo “in Spirito Santo e fuoco” amministrato dal più forte, da “colui che deve venire”. Il battesimo in Spirito Santo e fuoco è quello che deve inaugurare l’esistenza della chiesa. È importante notare che il battesimo cristiano, che segna la nascita della chiesa, è preceduto dal battesimo di Gesù stesso.
Al Battesimo nel Giordano del Signore si è manifestata l’adorazione della Santissima Trinità: la voce del Padre rende testimonianza chiamando il Figlio “ho agapetòs”, “il diletto” e lo Spirito Santo, in forma corporea come di colomba, conferma la sicura verità di questa testimonianza.
Meditare
v. 15: “il popolo era in attesa”. Luca ama far emergere la problematica che investiva la predicazione e l’opera del Battista: quel “popolo ben disposto” (1,17) ad accogliere la rivelazione dell’amore per i nemici di 6,27-38.
Luca mette in risalto l’attesa del popolo, come se tutti si interrogassero sull’identità di Giovanni, se fosse lui il Cristo tanto atteso.
Sullo sfondo sta una convinzione profonda: l’uomo attende un compimento, porta con sé una domanda profonda, che spesso resta priva di voce. Una domanda di pace, di giustizia, un desiderio di instaurare relazioni positive e riconciliate. In modo particolare una simile attesa è condivisa da Israele, popolo scelto da Dio per avviare la storia della salvezza.
Messia, quindi, viene dalla radice che significa ungere, consacrare; quindi il Messia è un consacrato: consacrato da Dio e inviato. Consacrato vuol dire che ha una missione da parte di Dio. E la missione è la restaurazione di Israele.
Il termine “viene” sta ad indicare che sta entrando o che è entrato nell’esperienza di Israele. Il testo dice letteralmente: “viene il più forte di me”, non “uno più forte”, ma “il più forte”. C’è l’articolo ‘il’ che indica una persona precisa, conosciuta come tale, attesa e preannunciata.
Nell’AT l’aggettivo “forte” era uno dei titoli divini, così come recita il Sal 93: «Il Signore regna, si ammanta di splendore, si cinge di forza» (Sal 93,1). Il profeta Isaia applicava al re-messia il titolo di “forte, potente come Dio” (9,5).
“non sono degno di slegare i lacci dei sandali”. In queste parole ci sta la consapevolezza di Giovanni. Gesù è superiore nei suoi confronti. Giovanni non si sente neanche degno di prendere la posizione dello schiavo non ebreo che scioglie il laccio dei sandali per la lavanda dei piedi (cfr.Gen 18,4; 24,32; Lc 7,38.44; 1Sam 25,41).
Molto presto però questo testo è stato cristianizzato: per Luca il più forte è Gesù Cristo e il riferimento al fuoco, più che all’escathon è riferito alla Pentecoste. È interessante notare che questa espressione è ripresa dall’evangelista nel testo degli Atti (1,5 e 11,16) e attribuita a Gesù stesso.
Il fuoco allude non solo alla purificazione che opererà il Battesimo, così come si purifica l’oro nel crogiolo ma anche al suo significato escatologico, di separazione definitiva tra bene e male.
L’allusione allo Spirito-Fuoco in cui i discepoli sono battezzati e consacrati per sempre; ha il medesimo effetto nell’iniziazione cristiana che tutti abbiamo ricevuto.
“Il cielo si aprì”. Dalla preghiera scaturisce la risposta del Padre. Qui viene ripreso il momento atteso da Isaia. Il cielo si aprì come si apre una porta o una diga, come una breccia nelle mura. Il cielo si apre per permettere la comunicazione tra il mondo del divino e gli uomini. L’apertura dei cieli è un motivo ricorrente nei testi di rivelazione, e prelude sempre a una visione: così per esempio: Is 6,1; Ez 1,1 e anche At 7,56.
Questo suggerimento al passo di Isaia suggerisce un significato importante al battesimo di Gesù: dopo un lungo periodo di silenzio da parte di Dio e da parte del suo Spirito, ora inizia il tempo atteso, nel quale Dio di nuovo si dona agli uomini e torna a parlare.
Le tradizioni più antiche (Os 11,11; Sal 68,14) raffigurano il nuovo popolo d’Israele e la comunità escatologica con l’immagine della colomba.
La colomba è il segno che i tempi sono compiuti, che il popolo di Dio sta per ricevere lo Spirito Santo. Nel Cantico dei Cantici la colomba è vista come la “sposa”, Israele, che nella pienezza messianica riceverà dal suo Sposo divino lo Spirito di Dio (cfr. Ct 2,14; 4,1; 5,2; 6,9).
L’espressione “Figlio diletto” ha qui il senso di unico, poiché “il Figlio” non è “il più diletto” tra tanti altri “diletti”, bensì è “il Figlio dell’agape del Padre” (Col 1,13), l’unico amato che in ebraico ha jahìd, “unico, amatissimo”.
Il termine greco diletto, “agapetos” il rinvio è al figlio unico, al popolo santo, al re; che nei testi biblici ritorna continuamente alludendo alla sofferenza, al sacrificio, alla morte.
A motivo della sua unione totale con ogni debolezza, il Servo Gesù deve assoggettarsi anche alla morte umana in modo da poter infondere la vita in ogni sfera dell’esistenza umana. Infatti, il battesimo di Gesù è associato alla sua morte e risurrezione.
“in te ho posto il mio compiacimento”. Il termine usato in greco eudokéo che significa: bene ritengo, mi compiacqui.
In questo eudokéò del Padre, abbiamo quell’amore riversato sull’Umanità del Figlio che in Lui si riversa su tutti, su tutti i battezzati nel Figlio suo dal suo Spirito Santo, come già redenti e santificati.
Chiediti: come penso e vivo il mio battesimo alla luce del testo di Luca?
Sono in attesa del Messia o sono già cosciente e consapevole che questa verità è in me?
Penso che Dio sia lontano, chiuso nella sua trascendenza e indifferente al bisogno di salvezza dell’umanità oppure ha riversato anche su di me quell’amore che ha riversato su Gesù?
Sono figlio di Dio, ma lo sono veramente? Lo sono dentro del mio cuore o solo porto il nome di cristiano? Sono figlio di Dio anche nella mia famiglia, con sempre una bella parola ai miei figli o genitori? Lo sono nel posto di lavoro, onesto di fronte ai colleghi? Ma lo sono anche con i mendicanti che incontro sugli incroci delle strade… oppure lo sono solamente in chiesa per farsi vedere ogni tanto ai vicini?
Come accolgo l’azione dello Spirito Santo nella mia vita? So riconoscerne i segni?
Sei rivestito di maestà e di splendore,
avvolto di luce come di un manto,
tu che distendi i cieli come una tenda.
Costruisci sulle acque le tue alte dimore,
fai delle nubi il tuo carro,
cammini sulle ali del vento,
fai dei venti i tuoi messaggeri
e dei fulmini i tuoi ministri.
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature.
Ecco il mare spazioso e vasto:
là rettili e pesci senza numero,
animali piccoli e grandi.
Tutti da te aspettano
che tu dia loro cibo a tempo opportuno.
Tu lo provvedi, essi lo raccolgono;
apri la tua mano, si saziano di beni.
Nascondi il tuo volto: li assale il terrore;
togli loro il respiro: muoiono,
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.