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– Silenzio meditativo perché la Parola entri in noi ed illumini la nostra vita.
La pagina dei Magi è una solenne dichiarazione di missionarietà e di universalismo.
Questo episodio richiama la conclusione dell’intero Vangelo: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20).
Due pagine missionarie che aprono e chiudono la storia di Cristo, con una differenza: nell’episodio dei Magi sono le genti che arrivano a Gerusalemme, alla fine del vangelo è la Chiesa inviata al mondo.
Questa seconda annotazione esprime più profondamente la concezione della missione come servizio, come un uscire da sé per andare alla ricerca degli altri.
L’Epifania che oggi celebriamo è aprire la nostra vita all’incontro con Cristo aprendo tutti gli spazi possibili, perché egli prenda possesso del nostro cuore e della nostra mente, per assaporare la gioia di appartenergli e di vivere per Lui, con Lui ed in Lui.
Al contrario di Lc 2,1-7, Matteo fa solo un breve accenno alla nascita di Gesù. Betlemme era la città natale di Davide, e perciò il racconto della nascita di Gesù riprende il motivo del “Figlio di Davide” dal capitolo 1.
Inoltre, in questa paese della Giudea vi possiamo cogliere l’aspetto teologico raccolto in una benedizione descritto dall’autore del Libro della Genesi: “Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli” (Gen 49,10).
La tradizione cristiana ha identificato questi magi con sovrani provenienti dall’Oriente (ciò lascia pensare alla Mesopotamia, la patria dell’astrologia del mondo greco) e ha fissato il loro numero a tre, ispirandosi ai doni da essi offerti. L’oro, l’incenso e la mirra riecheggiano il Sal 72,10; Is 60,6.Questi non erano dei semplici astronomi, ma persone capaci di guardare oltre l’orizzonte.
v. 2: “dov’è colui che è nato”. La prima parola di Dio rivolta ad Adamo è: “Dove sei?” (Gen 3,9) perché anche l’uomo chiedesse a sua volta a Dio: dove sei? E i due si potessero incontrare.
Anche da parte dei magi c’è un “dove sei?”. In loro sta nascosto, nella loro domanda, un invito a chiederci chi è questo bambino? dove si trova?
“re dei Giudei”. E’ un’espressione pagana e non ebraica. In Israele si sarebbe detto re di Israele. Il seguito del Vangelo chiarirà meglio questo: il titolo di re è attribuito a Gesù solo nel contesto della Passione (cfr. Mc 15,9; Gv 19,19-22), dove ricorre con una certa insistenza. E’ la passione il luogo dove si coglie il vero significato della regalità di Gesù, una regalità diversa da quella a cui gli uomini sono abituati.
“Abbiamo visto spuntare la sua stella”. La menzione della “stella” mostra che essi sono esperti in astrologia. La stella nell’antico Oriente era il segno di un dio e, di conseguenza, di un re divinizzato. Matteo ci riferisce questo fatto, non perché è interessato dal fatto che una stella abbia confermato la nascita del messia, ma perché esiste una profezia messianica esplicita nel libro dei Numeri (24,17), che parla di una stella. La profezia di Balaam.
Stando a una nota linguistica, possiamo leggere questo “spuntare” col sostantivo greco “anatolè” dal verbo “anatello”, che significa stella, sole, dente, germoglio come il germoglio profetato da Isaia (Is 11,1-11).
Ma al di là di tutto questo, vi è non solo nelle persone ma in tutto il cosmo un movimento verso Cristo quasi a riprendere le parole dell’evangelista Giovanni: “tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste” (Gv 1,3).
Tutto il Vangelo di Matteo è segnato da questa sorpresa: basti pensare alla parabola dei vignaioli omicidi (21,33ss.) o alla parabola del banchetto di nozze (22,1-14), ambedue mostrano che il regno passa da Israele ai pagani, e che questo passaggio rientra nel disegno di Dio.
Questo gesto sembra anticipare quanto l’evangelista dirà in seguito: “Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e riceveranno a mensa…” (8,11).
Dopo l’adorazione, scatta l’intimità espressa attraverso il simbolo del banchetto. Purtroppo l’umanità spesso “ha venerato e adorato la creatura al posto del Creatore” (Rm 1,25). “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori” dice Pietro nella sua lettera (1Pt 3,15). Tuttavia l’adorazione non è solo un atto di timore, è anche espressione di adesione gioiosa, di libertà, di intimità.
Erode con il suo orgoglio non entra in questa dimensione della regalità di Gesù. Si crede l’unico re assoluto, altri non sono che usurpatori. Si sente disturbato.
Dio viene a disturbare chi si sente troppo sicuro di sé San Paolo dirà: “chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere” (1Cor 10,12).
v. 4: “Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo”. Erode si informa. Anche lui si mette in agitazione, in movimento. C’è un informarsi che significa ricerca. Ma attenzione, la ricerca di Erode, nonostante è presso sacerdoti e scribi, cioè presso altri poteri, quindi risulta negativa e non coglie la presenza della Luce.
Paradossalmente può accadere quello che dice il Vangelo: i vicini non colgono la presenza della luce. Erode abitava a otto chilometri di distanza da Betlemme, quindi vicino; poteva facilmente trovare il bambino. Non lo ha trovato. I Magi sono lontani dal punto di vista fisico, spirituale e morale; eppure camminano; la luce è sufficiente per dare a loro un itinerario di salvezza.
In questo versetto possiamo osservare le due convocazioni: quella di Cristo (fede suscitata) che chiama a sé per dare la vita, per dare la luce, per dare amore. Quella di Erode che chiama a sé per orgoglio, quell’orgoglio cieco che non ha né sapore e né amore, ma soltanto morte.
A tutti viene data la possibilità di trasformare il proprio vagabondaggio in pellegrinaggio, il proprio camminare senza meta in un itinerario che ha come meta l’amore di Dio, il luogo dove l’amore di Dio si è manifestato.
Per questo il Natale è il mistero paradossale che dobbiamo accogliere e fare nostro.
In questo versetto viene evidenziato la discendenza del Messia da Giuda, antenato di Davide (Mt 1,1-2).
“non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda”. La citazione vuole negare l’insignificanza di Betlemme. L’espressione della piccolezza indicata dal profeta Michea, allude ai pochi abitanti di Betlemme. Viceversa, l’Evangelista pensa alla grandezza morale del borgo, che ha la gloria di dare i natali a colui che sarà la guida vigile e sicura di Israele, del nuovo popolo di Dio.
“da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”. La prima parte di questo versetto è una variante di una radice ebraica che vuol tradurre “capo” anche con “clan”, quasi ad indicare la nascita di un nuovo popolo.
La citazione finale è presa da 2Sam 5,2: “Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele”.
v. 7: “Allora Erode, chiamati segretamente i Magi… ”. Continua il turbamento di Erode. Chi è agitato si muove di nascosto, senza dare nell’occhio. Ha paura di mettersi in gioco, di accettare la realtà.
v. 8: “Andate e informatevi accuratamente sul bambino”. L’indagine meticolosa del sovrano, travestita di devozione, cela, in realtà, gli interessi meschini dell’uomo preoccupato di salvaguardare il suo potere. Il re dei giudei, infatti, era lui; egli riteneva di essere il punto di riferimento e di unità del suo popolo.
Ora questa “stella”, apparsa improvvisamente nel cielo, viene a sconvolgere le sue prospettive, viene a competere con la sua autorità, la sua ricchezza, il suo prestigio.
Attenzione anche al verbo “entrare”. Per adorare il bambino, bisogna entrare dentro la casa, dentro il suo mistero.
Il versetto usa ancora un’altro verbo: “videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono”. Entrare e vedere sono i verbi di chi si mette in ascolto di Dio per poi portarlo a tutti.
I Magi esprimono un gesto davanti a Colui che ritengono superiore: prostrati, caduti per baciare i piedi o la terra vicina ai piedi. E’ la loro sottomissione, l’omaggio speciale dovuto al re. Così i Magi fanno appunto quello che erano venuti a fare (cfr. 2,2) e quello che Erode fingeva di voler fare (2,8).
I magi in altre parole, aderiscono al progetto di Dio che salva le persone a partire dal piccolo e dal povero e non dai potenti e violenti come Erode.
Di per sé quelle offerte sono il simbolo del riconoscimento di Gesù come messia, a cui si presenta un tributo di venerazione, come suggerisce la Bibbia: Sal 72, 10-11 (offerto dalla liturgia), come pure Gen 49,10; Num 24,17; Mi 5,1-3; Is 49,23; 60,1-6.
Questi uomini, sono liberi dagli inganni dell’Erode del mondo e perciò ritornano alla vita per una via tutta nuova, che il discernimento aveva loro indicato (cfr. 1Re 13,9-10).
Una volta incontrato Cristo, non si può più tornare indietro per la stessa strada. Cambiando la vita, cambia la via. L’incontro con Cristo deve determinare una svolta, un cambiamento di abitudini. Con san Giovanni possono ripetere: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita – la vita infatti si manifestò, noi l’abbiamo veduta e di ciò diamo testimonianza e vi annunciamo la vita eterna, che era presso il Padre e che si manifestò a noi” (1Gv 1,1-2).
Mi lascio disturbare da Dio oppure lo tengo distante da me?
Posso dire che la “gloria di Dio” trasfigura la mia esperienza concreta, il mio modo concreto, di pensare e di vivere?