II DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)

Abbiamo contemplato, o Dio, le meraviglie del tuo amore.
Giustifica
Lectio divina su Gv 20,19-31

Invocare
O Spirito Santo,anima dell’anima mia, in Te solo posso esclamare: Abbà, Padre.
Sei Tu, o Spirito di Dio,che mi rendi capace di chiedere e mi suggerisci che cosa chiedere.
O Spirito d’amore, suscita in me il desiderio di camminare con Dio: solo Tu lo puoi suscitare.
O Spirito di santità,Tu scruti le profondità dell’anima nella quale abiti, e non sopporti in lei neppure le minime imperfezioni: bruciale in me, tutte, con il fuoco del tuo amore.
O Spirito dolce e soave, orienta sempre Tu la mia volontà verso la Tua, perché la possa conoscere chiaramente, amare ardentemente. Amen.

Leggere
19La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
30Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

– Fermiamoci in silenzio, lasciamo che la Parola entri in noi ed illumini la nostra vita.

Capire
La II domenica di Pasqua è l’antica domenica detta “In deponendis albis”, per il fatto che coloro i quali erano stati battezzati nella veglia pasquale, deponevano i loro vestiti bianchi quando si concludeva la settimana della loro iniziazione sacramentale. Diventavano così fedeli a tutti gli effetti. L’Evangelo è identico nei tre anni A, B e C. Il tema dominante di questa domenica è la fede nei segni della Risurrezione.
Il vangelo di Giovanni narra l’apparizione del risorto ai suoi discepoli il giorno stesso di Pasqua. I discepoli si trovano nel cenacolo, con le porte sbarrate “per timore dei giudei”. Viene Gesù in modo misterioso e la paura dei discepoli si trasforma in gioia. Paura e gioia ci fanno pensare subito ad alcune emozioni, a stati d’animo, ma il linguaggio di Giovanni non è psicologico, bensì teologico, non indica stati d’animo ma diverse collocazioni dell’uomo davanti alla realtà. La paura è l’atteggiamento di chi percepisce la realtà e gli altri come ostili; la gioia è piuttosto la fiducia e la pace con cui il credente guarda il mondo intorno a lui.
L’incredulo Tommaso dovette «vedere» per credere; i cristiani che verranno dopo credono senza aver visto, sebbene Cristo si accosti a loro con segni diversi della sua presenza gloriosa. Non con segni fisici e corporali. I segni con cui si manifesta sono i sacramenti: l’Eucaristia, il Battesimo, etc. …
Questi sacramenti pasquali, non dimentichiamoli, sono segni della fede (cf. dopo Comunione); anche la colletta, ispirata a 1Gv 5,6-8 chiede e insiste sulla fede.
Questo brano di vangelo chiude il vangelo di Giovanni ed è considerato la “prima conclusione” del quarto vangelo. Il vangelo di Giovanni si chiude quindi con la figura di Tommaso. A questa figura, dunque, viene dedicato tempo, spazio, importanza. Ma dove sta la grandezza di Tommaso? La grandezza di Tommaso sta in ciò che chiede di vedere. C’è una fede che Tommaso sa di dover chiedere, ma questa fede nasce dal vedere e toccare i segni dei chiodi, i segni della passione del Signore, i segni della continuità tra la croce e la Risurrezione. Questi sono i segni che Tommaso chiede di vedere!

Passi biblici utili alla meditazione
Gv 14; Gdc 6,23 ss; Is 9,5-6; Mic 5,4; Mc 16,14-18; Lc 24,36-49

Meditare
v. 19: La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli…
È il primo giorno dopo il sabato, quindi è l’inizio di una settimana nuova, l’inizio di un tempo nuovo, proprio di un tempo nuovo; perché la resurrezione di Gesù ha creato un tempo alternativo e nuovo rispetto al cronos della vita umana, della cronaca umana. Ha fatto irrompere nel tempo l’eternità di Dio, e ha fatto entrare nell’eternità il tempo dell’uomo. Quindi siamo davvero davanti ad un mondo nuovo che inizia, che si manifesta.
I discepoli sono spaventati, quasi ossessionati dalla paura dei Giudei e Giovanni annota come le porte siano chiuse. I discepoli spaventati sono rassicurati da Gesù; non come un tempo «Sono io» (Gv 6,20), perché la sua presenza è ormai di un altro ordine, ma «Pace a voi» che non si tratta del consueto saluto ebraico, ma è l’adempimento della promessa fatta all’ultima cena (cfr. Gv 14,27). È la pace che li renderà capaci di superare lo scandalo della croce e ottenere la liberazione nella loro vita. Cosa importante da notare è che il saluto è ripetuto due volte.
per timore dei Giudei… La “paura” è la condizione del discepolo nel mondo, dove è un estraneo, perché pur vivendo nel mondo non appartiene al mondo, e proprio per questo subisce nel mondo una emarginazione che può diventare anche persecuzione e rifiuto violento. Quando san Giovanni dice che “i discepoli sono nel Cenacolo a porte chiuse per paura dei Giudei”, vuole indicare fondamentalmente questa condizione: il mondo ha crocefisso il Signore, e di fronte al mondo i discepoli del Signore si trovano in questa situazione di estraneità e di paura. Così è per quello che riguarda il senso della “gioia”, che è evidentemente gioia psicologica, emozione, sentimento… ma è ancora di più, è molto di più: è quel senso di pienezza che il discepolo sperimenta quando percepisce la presenza del Signore. Il discepolo vive per il Signore, nel rapporto con il Signore; e quando questo rapporto gli è donato, viene sperimentato in pienezza, c’è la pienezza della gioia. E questo passaggio “dalla paura alla gioia” è un elemento importante dell’esperienza della Pasqua, del Signore risorto.
venne Gesù, stette in mezzo… Questa immagine del Signore come “colui che viene” è caratteristica di Giovanni. È addirittura la parafrasi del nome di Dio che si trova nell’Apocalisse (Ap 4, 8): “Colui che era, che è, che viene!”: è una presenza dinamica, ricca di salvezza, di consolazione, di speranza.
disse loro: «Pace a voi!». Non si tratta di un semplice saluto, ma del dono della pace che Gesù aveva promesso per il suo ritorno (cfr. 14,18-19.27-28; 16,16-23). La pace dei tempi messianici è il dono supremo di Dio annunciato dai profeti (cfr. Is 53,5), implica tutto il benessere di vivere (cfr. Ef 2,14).
v. 20: Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. Questo versetto dice la continuità tra il Gesù della croce e il Risorto. Non dobbiamo vivere la risurrezione di Gesù in modo trionfalistico, e la risurrezione non diventa neanche, necessariamente, la ricompensa per coloro che soffrono. Il mistero della croce è insieme mistero di morte, certo, ma che inevitabilmente richiama il mistero della risurrezione. Non si capisce il mistero della croce se non si capisce il mistero della risurrezione e viceversa. C’è questa unità. Giovanni sottolinea con forza che il Cristo che appare e che sta in mezzo ai discepoli è un essere reale, è lo stesso Gesù appeso sulla croce, per questo mostra i segni del suo martirio.
Giovanni è il solo a dare rilievo alla piaga del costato; già nella crocifissione l’aveva menzionata come densa di significato per il sangue e acqua che ne uscirono (Gv 19,34-35). Luca non parla di costato perché nel racconto della passione questo episodio non è citato. Ma con tutto questo, fra il modo di essere del Gesù di prima e del Cristo di ora, c’è una profonda differenza: egli entra improvvisamente, a porte chiuse.
E i discepoli gioirono al vedere il Signore . La gioia dei discepoli non è l’ultima parola; essa è seguita immediatamente dall’invio in missione. Non è gioia quindi che possa essere goduta privatamente, ma gioia che chiede di essere condivisa con generosità sincera. Il Cristo risorto è sorgente efficace di perdono, è “l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”. I discepoli dovranno annunciare a tutti gli uomini questa possibilità di vita che viene loro offerta.
v. 21: Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Il saluto pasquale ripetuto due volte: “Pace a voi” è il primo dono di Pasqua. Essa è liberazione dall’angoscia della morte che turbava il cuore dei discepoli e li teneva prigionieri della paura.
Gesù è essenzialmente un mandato, che nella sua missione rende presente la parola, l’amore, la misericordia, il progetto e le promesse di Colui che lo ha mandato. Attraverso Gesù, Dio si fa visibile: proprio perché è un Mandato, quindi non ha autorità propria, rimanda continuamente a quel Padre da cui ha ricevuto tutto. La sua missione non è altro che l’espressione del dono totale di sé, dell’identità del Figlio come “colui che riceve la vita da…”. Questa missione non è proporzionata alle nostre forze, ma è proporzionata all’amore del Signore, quindi al suo dono. Perché il dono del Signore è esattamente questo: lo Spirito. Nel nostro brano è dono del Signore la pace, ed è dono del Signore lo Spirito. Qualcuno ha detto che “lo Spirito Santo è capace di fare una cosa sola, ma la fa molto bene: è capace di fare Gesù Cristo”. Dove arriva lo Spirito Santo, il mondo assume la forma di Gesù Cristo. Dove c’è lo Spirito, lì il mondo viene plasmato secondo quella forma precisa che era la forma del Figlio di Dio, la forma di Gesù.
vv. 22-23: Detto questo, soffiò… Il soffio sui discepoli da parte di Gesù evoca sicuramente il gesto creativo di Dio. Nel libro della Genesi (2,7) c’è questo soffiare, l’alitare di Dio sull’uomo per cui l’uomo divenne un essere vivente. , come pure la grande visione di Ezechiele ( 37,9 ). Soltanto lo Spirito di Dio è capace di ricreare l’uomo e strapparlo al peccato (Ez 36,26-27; Sal 50,12-13; 1Re 17,21).
Qui c’è questo gesto, questo soffio di Gesù, che è una promessa che si verificherà a Pentecoste (At 2,1-4), dichiara la sua divinità, indicando, nel dono dello Spirito, la vera vita a cui la chiesa deve attingere, una vita che spinge la chiesa alla remissione dei peccati, che è il gesto stesso di Dio.
Ricevete lo Spirito Santo. Il secondo dono pasquale è la comunicazione dello Spirito Santo, che Gesù ha promesso come Consolatore e Spirito che li introduce nella pienezza della verità. Lo Spirito è il dono del Cristo, viene dal «soffio» del Cristo Risorto; in ebraico il termine «spirito» e «soffio» coincidono, ricorda Gv 19,30.
La missione, il dono dello Spirito, il potere di rimettere i peccati sono dati all’intera comunità, che però si esprime attraverso coloro che detengono il ministero apostolico. Il dono dello Spirito sancisce l’incarico di missione. I discepoli infatti prolungano la missione che Gesù ha ricevuto dal Padre.
A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati. Nell’apparire del Signore risorto ai discepoli si intuisce che il suo modo di manifestarsi non è un modo “nella potenza” come noi possiamo intendere, ma Gesù risorge in modo umile e quel cammino che aveva chiesto ai suoi nella sua passione e nella sua morte, lo chiede anche nella risurrezione: ai suoi chiede la conversione e il perdono dei peccati. La misericordia e il perdono costituiscono ciò che la chiesa è invitata a compiere. La parola di Gesù sul potere di rimettere i peccati accompagna il gesto col quale egli mostrava le piaghe della passione. Il ministero del perdono è ogni giorno attualizzazione del sacrificio di Cristo.
v. 24: Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro… Tommaso non era rimasto con gli altri discepoli che, seppure intimoriti erano insieme, sapendo che questo loro convenire era amato dal Signore (cfr. Gv 17,20-21). Non essendo con gli altri Tommaso non riceve con loro la visita del Risorto e non accogliendo prontamente l’annuncio evangelico della risurrezione che gli viene dato, ma ricercando altre conferme, si preclude la gioia della comunione che viene dallo Spirito Santo ed è donata ai “piccoli” (cfr. Mt 11,25 e 1Cor 1,21).
Siamo davanti alla prima testimonianza ecclesiale e al suo primo insuccesso; Tommaso non crede. Il dubbio dei discepoli in Giovanni è affrontato nella cruda realtà, mentre in Mt 28,16-20 e Lc 24,34-43 è affrontato in maniera solo enunciata ed anonima.
Tommaso è colui che si vuole “rendere conto” bene della propria fede; Tommaso non è un curioso perché Gesù non si manifesta ai curiosi. Gesù viene apposta per lui, a lui che si vuole rendere conto della propria fede: il Signore è risorto, ma c’è qualcosa di più. Tommaso va a cercare questo qualcosa di più.
vv. 26-27: Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”.
Il rituale è lo stesso della prima apparizione, Gesù è sempre lui. Senza attendere risposte và da Tommaso e gli fa constatare la sua identità, calma le sue apprensioni e lo invita a non comportarsi da incredulo. Lo chiama ad approfondire la sua fede di prima, a rafforzarla, a farla crescere. Egli non deve limitarsi alla fede nel messia, deve credere al Figlio dell’uomo glorificato nella sua morte.
Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani… Il Signore risorto si concede a Tommaso e non lascia a Tommaso nessuna replica. Quel Gesù che ha patito ed è morto è quel medesimo Gesù che è risuscitato. La prova della sua risurrezione è quella di essere con lui, nel mezzo, a toccare le sue piaghe: quelle piaghe sono la prova della sua risurrezione. «Metti»: è un imperativo presente attivo; il presente sembra indicare che Tommaso, ogni volta che rispondeva, faceva con la sua destra il gesto di mettere il suo dito nell’ipotetico foro dei chiodi nella mano sinistra. Quel “metti” quasi un invito a continuare il gesto del mettere il dito.
tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente! E’ un imperativo aoristo positivo che come tale ordina di dare inizio a un’azione nuova. Qui è usato l’aoristo perché Tommaso ora può portare la mano al costato vero.
Questo è quello che dobbiamo dire al mondo: che le piaghe del mondo, la sofferenza del mondo non sono il segno di un Cristo sconfitto, ma sono il segno di un Cristo glorioso, perchè Cristo ha fatto della sua morte il segno della sua risurrezione.
vv. 28-29: Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Tommaso pone finalmente fine a una fede per sentito dire e forse esagera nella sua professione di fede. In nessun punto del Vangelo Giovanneo c’è una professione di fede così decisa e chiara. Tra la prima professione del discepolo Natanaele (1,49) all’ultima di Tommaso è contenuto il viaggio di fede della comunità. Siamo certi del risorto per questo. Il mondo ha bisogno di cristiani come Tommaso, di gente che dica: “Proprio perchè ho messo il dito nelle piaghe il Signore è risorto”. E non è facile toccare le piaghe del mondo e dire: “Mio Signore e mio Dio”.
Per due volte Tommaso ripete l’aggettivo “Mio”, che cambia tutto, che viene dal Cantico dei Cantici: «Il mio amato è per me e io per lui» (6,3), che non indica possesso geloso, ma ciò che mi ha rubato il cuore; designa ciò che mi fa vivere, la parte migliore di me, le cose care che fanno la mia identità e la mia gioia. “Mio”, come lo è il cuore. E, senza, non sarei. “Mio”, come lo è il respiro. E, senza, non vivrei.
Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. Il verbo vedere ha un rilievo particolare nel racconto giovanneo dell’incontro del Cristo con i discepoli la sera di pasqua. L’evangelista Giovanni usa due verbi greci diversi per indicare questa “visione”, ideìn e horàn. L’evangelista Giovanni ha scelto una gamma diversa di verbi per esprimere i gradi differenti della comprensione del mistero di Gesù. Si va da un vedere esteriore a un vedere più intimo che conduce alla fede. Anzi, come dice oggi il Risorto, allora non sarà più necessario il vedere diretto perché la comunione avverrà su un altro canale di conoscenza, sarà la visione in un senso perfetto e pieno. A Tommaso Gesù concede la possibilità di una percezione diretta della sua nuova presenza in mezzo a noi.
vv. 30-31: Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
Gli ultimi versetti. pur essendo la conclusione dell’intero vangelo sono particolarmente collegati al racconto dell’apparizione Tommaso e alla beatitudine della fede. Sono il passaggio al tempo dello Spirito, al tempo della Chiesa, al tempo della Testimonianza, al nostro tempo scandito dal silenzio operoso fatto di testimoni del risorto.
I prodigi operati da Gesù per Giovanni sono dei segni medianti i quali il Verbo incarnato rivela la sua natura divina e la sua carità immensa per i suoi fratelli, poveri e peccatori. Ma lo scopo della rivelazione del Cristo consiste nel suscitare la fede nella sua persona divina. La lettura e la meditazione dei segni operati dal Cristo devono alimentare la vita spirituale, per favorire l’adesione personale al Signore Gesù. Quindi tutti i cristiani devono impegnarsi ad approfondire la conoscenza dei Vangeli, per nutrirsi abbondantemente di questo cibo divino.

Per la riflessione personale e l’attuazione nella vita
In questo cammino di profonda assimilazione a Gesù Cristo ci possono essere dei momenti “bui” o delle brusche frenate. La difficoltà e le oscurità del credere fanno parte della vita del Cristiano. La scrittura ci insegna che è difficile credere, la fede è una conquista faticosa. Allora c’è bisogno di tanta pazienza e umiltà…il passaggio da una fede “iniziale” ad una fede “matura” necessita di un cammino serio in cui la libertà dell’uomo si lascia avvolgere e abbracciare dall’amore di Dio… e si arriva davvero alla realizzazione piena e completa. Quanti dubbi e incertezze ci sono dentro di me? Come è possibile credere nella resurrezione in questo mondo che mi circonda che è assetato di potere e di denaro? Come poter credere alla vittoria della vita sulla morte quando milioni di persone lottano ogni giorno per sopravvivere alla fame e alle violenze della guerra? Come posso credere alla pace del Signore risorto se non trovo pace dentro di me quando mi scontro quotidianamente con i miei limiti e con le cattiverie del mio prossimo? Come posso credere che Cristo è vivente nella sua Chiesa, quando quest’ultima mi mostra un volto di potere che non sembra affatto quello di Gesù?

Il Vangelo nel pensiero dei Padri della Chiesa
Metti il tuo dito nel foro dei chiodi: mi hai cercato quando non c’ero, goditi ora la mia presenza. Anche se tacevi, io sentivo il tuo desiderio; prima che parlassi, conoscevo il tuo pensiero. Sentii le tue parole e, anche se non mi mostravo, ero vicino alla tua incredulità; senza farmi vedere, davo tempo alla tua incredulità in attesa del tuo desiderio. (Basilio di Seleucia, Omelia sulla Pasqua 4).

Considera come, scoprendo il fianco del corpo e mostrando il posto dei chiodi, mostri chiaramente che è lo stesso tempio che era stato sulla croce, e che era risuscitato il corpo che portava, dopo aver evidentemente distrutta la morte della carne, essendo, per natura, vita e Dio. Infatti, che bisogno c’era di mostrare le mani e il fianco se, come stoltamente pensano alcuni, non risuscitò con la sua carne? Se avesse voluto che i discepoli lo considerassero in un altro modo, perché non appariva piuttosto in un’altra forma e, disprezzando l’aspetto della carne, non li invitava a pensarlo diversamente? Mi sembra invece che egli ci abbia tenuto a far credere alla futura resurrezione della carne, per cui, quando era ormai il tempo di trasferire il suo corpo nella gloria ineffabile e soprannaturale, volle tuttavia, per un divino disegno, apparire com’era stato prima, affinché non si pensasse che avesse un corpo diverso da quello di prima, con il quale sostenne perfino la morte in croce. (…) Dio Padre prese all’inizio per mezzo del suo Verbo la polvere della terra, come è scritto (cfr. Gen 2,7), e plasmò l’essere vivente, cioè l’uomo, e gli diede vita nel modo che egli stesso sa, e lo illuminò, facendolo partecipe del suo Spirito. Alitò sul suo volto il soffio della vita, com’è scritto. Ma dopo che, in seguito alla disobbedienza, cadde nella morte, e l’uomo perdette l’antico onore, Dio Padre lo ricreò di nuovo, e lo richiamò, per mezzo del Figlio, a una vita nuova, come all’inizio. Lo richiamò in qualche modo il Figlio, che con la morte della sua santa carne, uccise la morte, e riportò il genere umano alla incorruttibilità. Cristo infatti è risuscitato per noi. Affinché dunque imparassimo che è lui stesso quello che all’inizio fu creatore della nostra natura, e ci impresse il sigillo dello Spirito Santo, di nuovo il Salvatore dà, alitando manifestamente, lo Spirito ai santi discepoli, come primizia della natura rinnovata. Mosè (= la Genesi) scrive a proposito della creazione dell’antico uomo che Dio alitò sul suo volto il soffio della vita. Come dunque all’inizio fu plasmato e fatto, così anche viene rinnovato; e come allora fu creato a immagine del Creatore, così anche adesso viene riplasmato, mediante la partecipazione dello Spirito, a somiglianza del suo Creatore. (Cirillo di Alessandria, Comm. a Giovanni 12).

Siccome l’apostolo Paolo scrive: la fede è fondamento delle cose in cui si deve sperare e l’argomento di quelle che non si vedono (Eb 11.1), risulta che l’oggetto della fede è dato da quelle realtà che non si possono vedere. Infatti pere quelle che appaiono non si ha la fede, ma la constatazione. Ma se Tommaso ha visto e toccato, perchè gli vien detto: perchè mi hai visto, hai creduto? Altro però fu ciò che vide, altro ciò in cui ebbe fede. La divinità infatti non può esser vista dall’uomo mortale. Egli vide l’umanità, ma riconobbe nella fede la divinità, quando esclamò: Signore mio e Dio mio! Pur avendo veduto, egli ha quindi il merito della fede, perché riconobbe Dio, che non poteva vedere, osservando la vera umanità di Cristo. (Gregorio Magno, Omelie sui Vangeli 26.8).

…e cercavo la via per procurarmi la forza che mi mettesse in grado di godere di Te, ma non la trovavo, fino a quando non abbracciai il mediatore di Dio e degli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che è sopra tutte le cose, Dio benedetto nei secoli, che mi chiamava e mi diceva: Io sono la via, la verità e la vita… Non ero infatti tanto umile per possedere il mio Dio, l’umile Gesù, e non conoscevo quale fosse l’insegnamento che dava la sua debolezza. Perché il tuo Verbo, verità eterna… innalza fino a se stesso quanti gli sono soggetti, ma si è costruito… un’umile casa con il nostro fango, per servirsi di essa allo scopo di distaccare da se stessi, abbassandoli, quanti dovevano essergli soggetti, e di trasportarli fino a lui, guarendone la superbia e nutrendone l’amore. Così evitava che per l’eccessiva fiducia in se stessi si spingessero troppo oltre e procurava che , piuttosto, si sentissero deboli, vedendo ai loro piedi la divinità divenuta debole per aver condiviso la nostra tunica di pelle, e che, esausti, si prosternassero davanti a lei: essa poi, alzandosi, li avrebbe sollevati (Agostino, Confessioni 7.18.24).

Pregare
Fermiamoci dinanzi alla ricchezza della Parola stessa. Scrutiamo, interroghiamo il nostro cuore e rispondiamo al Signore con le sue stesse parole (dal Sal 118/117):

Celebrate il Signore, perché è buono; perché eterna è la sua misericordia.
Dica Israele che egli è buono: eterna è la sua misericordia.
Lo dica la casa di Aronne: eterna è la sua misericordia.
Lo dica chi teme Dio: eterna è la sua misericordia.
Mi avevano spinto con forza per farmi cadere,
ma il Signore è stato mio aiuto.
Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza.
Grida di giubilo e di vittoria, nelle tende dei giusti.
La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo;
ecco l’opera del Signore: una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso.
Dona, Signore, la tua salvezza, dona, Signore, la vittoria!

Contemplare-agire
Proviamo a immergerci nell’esperienza di Tommaso, ripercorrendone le tappe: dall’incredulità che segna anche la nostra vita, a un’adesione di fede sempre più limpida e forte, che pure desideriamo.

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