IV DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO C)

Il Signore è vicino a chi lo cerca

Lectio divina su Lc 15,1-3.11-32

Invocare
Vieni, o Spirito Santo, vieni come turbine e spazza via dalla Chiesa le scorie del male. Vieni come fuoco e infiamma i cuori dei cristiani tiepidi e distratti e rendili ardenti nel bene come gli apostoli. Vieni, come luce per i ciechi, sostegno per i deboli, fonte viva per gli aridi, guida per gli erranti.
Vieni, vieni. Ascolta le nostre preghiere, opera nuovamente le meraviglie della Pentecoste e nascerà una umanità rinnovata. Amen.

Leggere
1Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3Ed egli disse loro questa parabola: 11«Un uomo aveva due figli. 12Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. 13Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. 14Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. 16Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. 17Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! 18Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; 19non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. 20Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. 21Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. 22Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. 23Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. 25Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; 26chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. 27Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. 28Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. 29Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. 31Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; 32ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

– Fermiamoci in silenzio, lasciamo che la Parola entri in noi ed illumini la nostra vita.

Capire
Il capitolo 15 di Luca è un canto di gioia che celebra la felicità di chi ha ritrovato ciò che aveva smarrito. Allo stesso modo, il ritorno alla comunità di un fratello che si «converte» è festa di tutta la chiesa. E ancor più quale sarà la gioia del Padre per il ritorno di noi, suoi figli?
Rileviamo anzitutto, che Lc 15 costituisce un’unità letteraria. La sua struttura è semplice. Dopo l’introduzione (vv. 1-3), le due brevi parabole del pastore che ritrova la sua pecora (vv. 4-7) e della massaia che ritrova la sua dramma (vv. 8-10) sono perfettamente simmetriche e inseparabili l’una dall’altra. La terza parabola, molto più sviluppata (vv. 11-32), illustra l’insegnamento delle parabole precedenti: è la storia di un padre che ritrova suo figlio; e questa viene introdotta semplicemente con “Disse poi”.
Inoltre tutto il capitolo è guidato come da un filo conduttore dai verbi “perdere-perduto”‘, “ritrovare-ritrovato”; ” rallegrarsi-far festa”. Sono ripetuti rispettivamente sei – sette volte.
I vv. 7 e 10 con un efficace “Così vi dico…” dichiarano il messaggio delle due parabole: la gioia del pastore e della massaia sono pallido simbolo della gioia che “ci sarà in cielo” (v. 7), “davanti agli angeli di Dio” (v. 10) “per un solo peccatore che si converte” (id.)».
La nostra pericope evangelica (che volgarmente conosciamo come la parabola del figlio prodigo), in Luca non assume il tono di un’esortazione, ma è contenuto dietro un’apologia, una difesa della misericordia di Dio verso i peccatori.
Questo discorso sulla misericordia è un valore che possiamo capire solo se siamo sedotti dall’agire di Dio, sedotti dal comportamento del cuore di Dio.
Con questo brano evangelico, Gesù definisce i lineamenti autentici di Dio, e cioè la paternità di Dio. Ecco delineata in questa frase tutta la nostra spiritualità di cristiani, l’essenza del nostro essere “figli di Dio” (Gv 1,12). Allora inoltriamoci nel passo evangelico che la chiesa offre oggi per 1a nostra vita ed ascoltiamolo con “orecchie” e “cuore” nuovo.
Questa parabola ci riguarda. Veramente riguarda in particolare i farisei e gli scribi che sono dentro la parabola: il figlio maggiore rappresenta loro, e la parabola rimane aperta. Alla fine non sappiamo se il figlio maggiore, dopo avere sentito le parole del padre, si sia convinto e sia entrato o se si sia rifiutato e sia rimasto ostinatamente fuori senza partecipare alla festa. Sono loro che, sentito il racconto, debbono dire: un Dio così lo accettiamo o no?
Con questa parabola, attraverso la Parola del Figlio conosciamo il Padre. E in definitiva è proprio questa la missione del Figlio, far conoscere il Padre. Questa è la vita eterna: “che conoscano te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3).

Passi biblici utili alla meditazione
Os 11,1-9; Lc 6,36; Rm 1,21; Is 55,17; Gv 9,41; Os 14,2-3; Ger 31,20; Gio 3,8-10; Gen 28,21; Tb 5,21; Tb 8,21a; Sal 118,5; Mc 12,7.Mt 20,11b-12.Gv 17,10.Lc 1,14; Lc 15,7; 22,28-30; Gv 8,35.

Meditare
vv. 1-3: “si avvicinavano…tutti i pubblicani e peccatori per ascoltarlo…”. Due atteggiamenti balzano subito alla nostra attenzione, due modalità di porsi davanti a Gesù. I pubblicani e i peccatori “ascoltano” la parola di Gesù, manifestando così un desiderio di salvezza. I farisei e gli scribi, invece, mormorano, svelando ostinazione e rifiuto. Nei versetti, viene sottolineata la totalità; nessuno degli esclusi è escluso; «per ascoltarlo» tutti i peccatori sono ammessi come uditori della gloria di Dio. L’ascolto nel vangelo di Luca è l’atteggiamento del credente.
Luca colloca questa parabola in un contesto ben preciso: la critica di scribi e farisei all’atteggiamento che Gesù assume nei confronti di pubblicani e peccatori. Gli scribi e i farisei non riescono ad accettare il comportamento di Gesù che mangia e beve con i peccatori, con peccatori pubblici, che non solo hanno fatto qualche peccato, ma sono in una condizione permanente di peccato. La condivisione del pasto esprime una comunione, e siccome Gesù è un maestro e non appartiene alla razza dei peccatori, questa commistione di sacro e di profano, di giusto e di peccatore crea problema agli scribi e ai farisei.
“Farisei e scribi mormoravano”. Nella Bibbia questo verbo è il verbo della contestazione di Dio e del rifiuto del suo modo di dare salvezza. Ricordiamo nell’esodo: “Perché ci hai fatto uscire dall’Egitto?” (Es 17,3); questo è il verbo che percorre i libri biblici che parlano di Israele nel deserto e della ribellione a Dio e ai suoi doni. È il verbo con cui l’uomo pretende di suggerire a Dio come dovrebbe comportarsi con l’uomo e come dovrebbe dargli la salvezza o il castigo.
Per costoro, farisei e scribi, i pubblicani e i peccatori sono persone ormai «perdute»: su di loro incombe il giudizio di Dio, e l’accoglienza calorosa che essi ricevono da Gesù è inspiegabile e contro ogni logica.
v. 11: “Un uomo aveva due figli”. Ecco come inizia la parabola: un uomo e due figli. Tre sono i personaggi: un uomo con due figli. È la storia di sempre. È Dio, che nel corso della lettura si rivelerà insieme padre e madre, legge e amore. Il numero due indica l’inizio di una moltitudine ma i due figli indicano la totalità degli uomini; peccatori o giusti, per lui siamo sempre e solo figli, per questo ha compassione di tutti (Sap 11,23) e non guarda i peccati.
v. 12: “Il più giovane dei due disse al padre”. C’è una giovinezza che manifesta una certa agitazione, che manifesta un atteggiamento molto frequente anche oggi perché dice al padre: “dammi la parte del patrimonio che mi spetta”. È il peccato della pretesa autosufficienza.
Ciò che colpisce in questa prima parte del testo è il “silenzio” del Padre. Un Padre rispettoso della tua libertà, che si “annulla” di fronte alla tua scelta e divide le sue sostanze. Dividere le sostanze é già un atto di misericordia pretendere tanto e per di più con i1 Padre ancora in vita, è un palese atto di ribellione, impensabile per la cultura orientale. Qui il figlio si dimostra già un “avventato” uno “scapestrato”. E la legge era molto dura nel reprimere un tale atteggiamento (cfr. Dt 21,18-21).
Il figlio vuole auto-gestire il grande dono della vita, ma ora muore perché lontano dalla fonte della vita: il Padre! Alle porte del caos più totale ha però un bagliore di luce: “Rientrò in se stesso e disse” (15,17). È la conversione? È il pentimento? Difficile dire, perché il cammino che si compie verso il Padre non sempre ha un inizio di chiarezza, di luminosità, ma comporta un chiarimento “strada facendo”.
L’importante è iniziare con umiltà. Assumersi le nostre debolezze, farne una scala verso il Padre e il Padre ci sorprenderà.
vv. 13-16: “…partì per un paese lontano”. Questo figlio, che non sopporta la presenza del padre va in un paese lontano, cioè in un “paese pagano”. Lontano vuole dire: che non ci arrivi proprio niente di suo padre, né una notizia, né un’ombra, né un richiamo, ma in cui possa effettivamente fare quello che vuole; e lo fa in quel modo che il Vangelo dice: “vivendo da dissoluto”, fino “a trovarsi nel bisogno”. E la condizione di questo ragazzo diventa così grave al punto che è costretto a “mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione”, e “a pascolare i porci”. Il porco è un animale immondo, non viene allevato da ebrei; andare a pascolare i porci deve essere il massimo del degrado, peggio di così non poteva finire. E la parabola vuole dire questo: il figlio scende al punto più basso della sua vita (“Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci”).
Questo vuole dire: da figlio è diventato servo; l’autonomia che lui cercava non l’ha in realtà conquistata. E questo è un tema costante della riflessione profetica: quando Israele si illude di trovare la sua libertà negli idoli, in realtà trova semplicemente la schiavitù. In Geremia si ricorda l’esperienza di Israele così descritta: “Poiché già da tempo hai infranto il tuo giogo, hai spezzato i tuoi legami e hai detto: Io non servirò!” (Ger 2,20a).
Il “giogo”, i legami, sono evidentemente quelli della legge di Dio, quelli dell’Alleanza, quindi queste parole sono affermazioni di autonomia: “io non ho legge, io sono legge a me stesso”. “Infatti sopra ogni colle elevato e sotto ogni albero verde ti sei prostituita” (Ger 2,22b). La libertà per Israele, l’emancipazione dai legami della legge, è essenzialmente questo: è la prostituzione della idolatria.
v. 17: “Allora ritornò in sé…”. Si noti come in questo monologo, Luca non esprime grandi sentimenti di pentimento; è una conversione a sé, più che al Padre, intuisce il vero proprio interesse.
“salariati…di mio padre”. Lo considera e lo chiama padre, anche se non considera sé come figlio. Instaura il paragone con i salariati. Ha ancora una falsa immagine del Padre. La fame gli fa capire che s’è sbagliato nel valutare le cose; è l’inizio di un cammino. Dice un antico proverbio ebraico: «Quando gli israeliti hanno bisogno di mangiare carrube, è la volta che si convertono».
Il figlio rientra in se stesso cioè prende coscienza della abiezione in cui è finito, di quanto profondo sia il peccato, dell’esperienza di degrado nella sua vita. Ha fatto esperienza del peccato come schiavitù. Chiunque fa il peccato, dice Gesù nel Vangelo di Giovanni, è schiavo del peccato. Può illudersi di avere raggiunto una libertà perché non ha più una legge di Dio che orienti i suoi comportamenti, ma in realtà quel peccato a cui si è consegnato è diventato il suo padrone, è diventato il suo dio, il suo re; un dio e un re che sono tiranni. A differenza del Signore.
vv. 18-19: “Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te”. Il figlio si è allontanato da casa perché pensava che suo padre fosse un tiranno; ritorna a casa con la speranza che suo padre sia un padrone, lo tratti come un padrone tratta i suoi servi. La conversione del figlio in realtà non è una grande conversione, perché non ritorna per amore di suo padre, ma ritorna per fame, ritorna con il desiderio di saziarsi, di potere vivere in un modo meno disagiato di quello attuale. Non gli dispiace di aver fatto soffrire suo padre.
“non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. La conversione non è un percorso facile, anzi è impossibile che l’uomo ritorni a Dio con le sue sole forze interiori; del resto, senza che noi lo desideriamo, Dio non ci converte a sé: perciò è indispensabile che il nostro desiderio e il desiderio di Dio si incontrino; poi l’amore del Padre farà il resto.
Sulla via del ritorno il giovane figlio aveva preparato mentalmente un discorso, nel quale, con atteggiamento umile, si riconosceva colpevole; forse anche noi pentiti, sulla via del ritorno a Dio, abbiamo preparato un discorso ma al Padre le nostre parole non interessano: come nella parabola, egli ha fretta di far festa, ha fretta di tenerci stretti nel suo abbraccio e di riconoscersi nel nostro volto, un volto di figlio che ha i tratti del volto del Padre.
v. 20: “Quando era ancora lontano…”. Se fin d’ora abbiamo parlato del figlio adesso subentra il padre in una scena travolgente. Il padre qui è ben altro, non aspetta al varco l’indegno per rinfacciarli una colpa senza scuse, previene ogni suo atto di pentimento. Per capire, l’evangelista usa per noi dei verbi: i verbi dell’amore.
“lo vide”. Per quanto lontano il Padre lo vede sempre; nessuna oscurità e tenebre può sottrarlo alla sua vista (Sal 139,11). L’occhio è l’organo del cuore: gli porta l’oggetto del suo desiderio. Lo sguardo di Dio verso il peccatore è tenero e benevolo come quello di una madre verso il figlio malato (cfr. Is 49,14-16; Ger 31,20; Sal 27,10; Os 11,8).
“si commosse”. È il verbo che definisce la figura del padre. “Commosso” vuole dire: “gli si sono mosse dentro le viscere”. Letteralmente “fu colpito alle viscere”. L’evangelista Luca attribuisce a questo padre i sentimenti di una madre, e si collega cosi alla tradizione biblica, dove Dio ha sovente atteggiamenti materni verso Israele.
In questo verbo abbiamo l’aspetto materno della paternità di Dio. È la qualità di quel Dio che è misericordia. In Lc 6,36 Dio ci è presentato come “padre misericordioso”, cioè insieme come padre e come madre (Luca usa l’aggettivo “oiktìrmon” che traduce l’ebraico “rahamin”, che indica il ventre, l’utero).
“correndo si gettò al suo collo”. C’è una corsa del padre che termina in uno slancio che lo fa letteralmente “cadere addosso” al figlio. Anche Giuseppe, venduto come schiavo dai fratelli, si getta sul collo di Israele (Gen 46,29). Questo gettarsi al collo interrompe l’idea del figlio. Il padre è stanco di avere dei servi invece che dei figli. Almeno il lontano che torna gli sia figlio. Il peccato dell’uomo è di essere schiavo invece che figlio di Dio. Segno di questo è il “bacio”. Segno del perdono (cfr. 2Sam 14,33). Questi sono gesti che nell’Antico Testamento indicano il perdono e la riconciliazione il segno che la comunione d’amore che c’era prima, è stata immediatamente ristabilita.
vv. 21-22: “non sono degno di esser chiamato tuo figlio…”. È un fardello che si aggiunge al fardello già esistente nella vita del figlio: essere figlio non è questione di dignità o di merito; è un dato di fatto. Il padre può essere libero nel mettere al mondo il figlio, ma nell’essere figlio non c’è libertà; non si sceglie né di nascere né da chi. Il figlio minore non ha ancora capito che il Padre è amore necessario e gratuito; pensa non avendola meritata, di rinunciare alla sua paternità.
La conversione non è diventare “degni” o almeno “migliori” per meritare la grazia di Dio; la conversione è accettare Dio come un Padre che ama gratuitamente.
“Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare…”. Il padre prende subito l’iniziativa: non permette al figlio di terminare la sua confessione; non dice nulla al figlio, ma l’interruzione nella dichiarazione da parte del figlio, indica che l’aspetto importante della parabola, non è la conversione più o meno sentita del figlio, ma piuttosto l’accoglienza e la misericordia del padre.
Il vestito più bello è la veste migliore, quello riservato agli invitati, che è anche l’abito liturgico della cerimonia e il vestito dei salvati. È l’immagine e la somiglianza di Dio, gloria e bellezza originale che riveste l’uomo con la sua dignità con la sua autorità (l’anello al dito) (cfr. Gen 41,42; Est 3,10; 8,2; Gc 2,2). Che gli ridona la figliolanza, gli ridona la libertà di figlio (i sandali ai piedi; lo schiavo non porta sandali).
Questa della gioia di Dio nel perdonare è il nocciolo più originale del messaggio biblico-cristiano. Altri annunciano di Dio la potenza, altri la giustizia, altri l’ordine…: noi cristiani annunciamo che la potenza di Dio è l’amore e la misericordia, che egli sa vincere il male col bene, che Dio è amore e perdono onnipotenti.
v. 24: “Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. È il canto alla vita del figlio ritrovato, della relazione nuova, filiale e fraterna. I termini “morte e vita” lasciano intuire che la sua gioia deriva da una relazione che si era spezzata prima e ora è reintegrata in un contesto di libertà. I verbi “perdere e ritrovare” collegano questa parabola alle altre due precedenti nelle quali si parla della pecora e della dramma perduta e poi ritrovate. Anche in queste due parabole compare l’ordine di rallegrarsi e far festa.
vv. 25-30: “Il figlio maggiore si trovava nei campi”. Chi è il figlio maggiore? Nella Bibbia il maggiore è Israele, il primogenito di Dio, figura di ogni giusto ma anche nella vita di tutti i giorni, il figlio maggiore è colui che vive nel giusto o che crede di essere nel giusto e va in cerca dei ripari: “chiamò… domandò”. Il giusto non sa nulla della gioia di Dio, anzi gli è sospetta e per questo indaga minuziosamente, interroga un servo per sapere cosa sta accadendo.
“si arrabbiò”. Questo verbo è usato per descrivere il figlio maggiore. Il suo arrabbiarsi è giustificato da un ragionamento che ha una logica stringente, ma il ragionamento suppone che il padre sia un padrone e che i figli siano dei salariati, perché questo è il discorso: “io ti servo da tanti anni (…) non ho mai avuto un capretto”.
Quale rapporto abbiamo con Dio? Quello del salariato o quello della gratuita, dell’amore? Il figlio maggiore ha mantenuto sempre quel rapporto del “do ut des” col Padre; cioè un rapporto da salariato a datore di lavoro, ha sempre ricevuto quello che gli spettava come stipendio, ma niente di più di quello che va al di là del gratuito.
Il figlio maggiore è il rappresentante di una religiosità seria e impegnata ma di scambio, la religiosità dove Dio è datore di lavoro e l’uomo è un operaio, per cui secondo il lavoro che l’operaio compie ha diritto ad un salario corrispondente. Tutto quello che non entra in questo sistema di scambio economico e preciso, diventa incomprensibile e “non si vuole entrare” nell’amore del Padre.
Allora “il padre uscì a pregarlo”, cioè a “consolarlo”. C’è un’azione del Padre che è uguale per tutti. C’è l’azione di Dio che si muove sempre per primo. Dio consolò Israele mediante i profeti, fino al Battista che “consolava ed evangelizzava” (Lc 3,18), chiamando alla conversione.
“rispose a suo padre”. Paziente, quel Padre che non ha ascoltato l’umiliazione penitente del secondogenito, ascolta ora le accuse del primogenito. Il figlio maggiore, nel breve dialogo che ha col padre mostra tutto il dramma della sua chiusura. Si è fatto un’idea del padre e da questa non cambia. Non riconosce il padre come suo padre né il figlio di suo padre come suo fratello. Il figlio elenca i suoi meriti – “ti servo … non ho trasgredito” – con l’unica preoccupazione di affermare che non ha mai trasgredito alcun ordine. Non è questo il tipo di rapporto che dobbiamo avere col Padre nella ricerca egoistica del proprio io o interesse (“un capretto”).
È facile puntare il dito: “il figlio tuo”. Il primogenito rifiuta di dare il nome di «fratello» al prodigo ma non gli contesta il nome di «figlio» in rapporto al padre. Di colpo, il padre del figlio indegno non gli sembra più neppure suo padre; parla di lui come di un padrone al cui servizio lavora come schiavo: “Ecco, io ti servo da tanti anni” (come uno schiavo: douléuô. Cfr. v. 29). Se il secondogenito si augurava di divenire, a casa del padre, un servo ben pagato, il primogenito si considera come uno schiavo verso il quale il padrone non ha alcun debito di riconoscenza. La comprensione che egli ha del rapporto padre-figlio non è migliore di quella del fratello.
vv. 31-32: “Figlio, tu sei sempre con e tutto ciò che è mio è tuo”. In questo versetto, il padre cerca di far entrare nella logica dell’amore e della festa colui che è rimasto sempre impigliato nell’orizzonte del puro dovere, della sola osservanza di una religione rigida che esclude qualsiasi sentimento, gioia e festa e soprattutto perdono. Lo chiama: Figlio! E gli manifesta la cosa più importante della religione: “tu hai un padre, tu sei sempre con lui, con questo padre, nel suo cuore, nelle sue attenzioni. Tu non sei uno schiavo come tu ti definisci, ma un figlio che gioisce di tutto ciò che ho e che sono come padre. Vieni, abbracciami, baciami ed entra nella festa del ritrovamento del tuo fratello. Perché, tu hai un fratello, non sei solo e disperato; come hai un padre, una casa, un focolare attorno al quale gioire e fare festa”.
“Bisognava far festa e rallegrarsi”. Il padre non rinnega il comportamento tenuto nei confronti del secondogenito e riconferma la sua gioia. La sollecitazione all’allegria e alla festa con cui si chiude il racconto, rimanda al finale delle due parabole precedenti in cui si assicura la gioia celeste per il peccatore convertito (Lc 15, 7.10).
La Parola del Padre ci conduce a deciderci a morire ai nostri schemi mentali, alla nostra religione fatta di leggi ed entrare in una religione imperniata sull’amore per cui il padre accoglie il figlio ribelle e il figlio-schiavo. Senza condizioni, perché sono suoi figli e basta.
La parabola non rivela la reazione del figlio maggiore, non dice se è entrato o no a far festa. Volutamente Gesù lascia le cose in sospeso: ricordando che la parabola è rivolta in primo luogo a farisei e scribi, è un appello a loro: volete fare come il figlio maggiore, essere invidiosi dei peccatori che si convertono? Volete o no entrare alla festa di Dio? Volete continuare a non capire la mentalità, il cuore di Dio? In definitiva, a Gesù sta a cuore far intravedere ai suoi ascoltatori di ieri e di oggi, peccatori e presunti giusti, il modo con cui Dio si rapporta alle persone: ogni uomo, anche se peccatore, rimane per Dio sempre un figlio, proprio come succede nella parabola.
La parabola possiamo concluderla così: “Figlio, ritorna anche tu!”. E il vangelo non dice se il figlio ascoltò la voce del padre: forse questo silenzio è giustificato dal fatto che la risposta deve essere ancora data da noi!

Per la riflessione personale e il confronto:
Nella parabola raccogliamo la storia di un padre pieno d’amore per i suoi due figli. Due gli atteggiamenti che riscontriamo, ma quale è il nostro? Anche noi viviamo una religiosità da schiavi cioè la religiosità della paura? O viviamo la religiosità del salariato, la religiosità dello scambio? Il vangelo parla anche di una religiosità filiale, in cui la volontà di Dio è compiuta per amore, per la gioia di piacere a Dio. Questa religiosità è libertà, perché affida a Dio la difesa e la salvezza della nostra vita.
Scopri nella parabola se anche tu sei figlio maggiore!

Il Vangelo nel pensiero dei Padri della Chiesa
Guai all’anima temeraria che sperò di trovare di meglio allontanandosi da Te! Voltati e rivoltati sulla schiena, sui fianchi, sul ventre, ma tutto è duro, e Tu solo il riposo. Ed eccoti, sei qui; ci liberi dai nostri errori miserabili e ci metti sulla tua strada, e consoli, e dici: ‘Correte, io vi reggerò (Is 46.4); io vi condurrò al traguardo, e là ancora io vi reggerò’ (Agostino, Confessioni 6.16.26).

Se potessimo contemplare le anime nella loro nuda verità, ci troveremmo di fronte, qui in chiesa, allo stesso spettacolo che offrono gli eserciti dopo la battaglia: vedremmo alcuni che son morti, altri feriti. Vi prego e vi scongiuro allora: diamoci l’un l’altro una mano e cerchiamo di rialzarci. Io stesso infatti faccio parte dei feriti, ed ho anch’io bisogno di essere guarito. Ma non scoraggiatevi per questo: le ferite, benché gravi, non sono certo incurabili. Tale è il nostro medico: basta che ci accorgiamo di essere feriti, e anche se abbiamo toccato il fondo della malvagità, egli ci apre tuttavia molte vie di salvezza. (…) Anche se dunque avremo toccato il fondo della sventura, e ci troveremo nelle medesime condizioni di colui che dopo aver dissipato l’eredità paterna si riduceva a mangiare ghiande, troveremo completa salvezza nel pentimento.(…) Buono è infatti il Signore Dio. A lui basta unicamente questo: che il debitore dei diecimila talenti gli si getti ai piedi, che lo scialacquatore delle sostanze paterne ritorni e che la pecorella smarrita voglia essere ricondotta all’ovile (Giovanni Crisostomo, Omelie su 1Cor 23.5).

Pregare
Fermiamoci dinanzi alla ricchezza della Parola stessa. Ripercorriamo la nostra vita e rispondiamo al Signore con le sue stesse parole (dal Sal 32 [31]):

Beato l’uomo a cui è rimessa la colpa,
e perdonato il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa alcun male
E nel cui spirito non è inganno.
Tacevo e si logoravano le mie ossa,
mentre gemevo tutto il giorno.
Giorno e notte pesava su di me la tua mano,
come per arsura d’estate inaridiva il mio vigore.
Ti ho manifestato il mio peccato,
non ho tenuto nascosto il mio errore.
Ho detto: “Confesserò al Signore le mie colpe”
e tu hai rimesso la malizia del mio peccato.
Tu sei il mio rifugio, mi preservi dal pericolo,
mi circondi di esultanza per la salvezza.
Gioite nel Signore ed esultate, giusti,
giubilate, voi tutti, retti di cuore.

Contemplare-agire
Ripeti spesso e vivi oggi la Parola: “Mi indicherai il sentiero della vita” (Sal 15,11).

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